Silvio B. – Seguire le orme del nonno

Noi ascoltavamo la radio. Sì, ce l’avevamo. Mi ricordo che Radio Londra era la più preparata. Se ti prendevano, però, c’erano punizioni severe…

Io sono del ’25, ma sono nato nella Bassa Padovana, non qui a Ponte San Nicolò. Da là, però, sono andato via che ero bambino. Comunque dopo ci tornavo ogni estate a trovare il nonno materno fino al ’44, quando sono andati via. Mio nonno è stato importante per la mia formazione. Era una persona squisita sotto ogni punto di vista: politicamente, ma anche umanamente, come uomo. Era una gran persona. Ho avuto un grande affetto per il nonno materno e per uno zio paterno. Questi sono i parenti a cui ero più affezionato.

Il nonno mi parlava spesso delle sue idee. Ha preso tante di quelle botte! Lui e il farmacista, che erano amici. Erano tutti rossi allora. Mio nonno era un comunista; quella volta che hanno fatto le elezioni del manganello, quando ha preso le botte al suo paese, il Partito comunista aveva avuto quarantasette o settanta voti, non mi ricordo bene. In tutti i paesi qui prendeva due o tre voti. Lui è andato a votare con un carrettiere che era un pezzo d’uomo. Però dopo chi votava comunista pagava dazio. Eh, le ha prese veramente: lo hanno lasciato mezzo morto in strada.

Anche mio zio aveva le stesse idee. Queste idee erano più che altro della famiglia da parte di mia mamma; mio papà era come tutti quelli che credevano nel fascismo. Dopo si è reso conto, col tempo, con la sconfitta, di quello che faceva realmente il fascismo… Più la gente le prendeva e più si rendeva conto.

Dalla casa di mio nonno sono venuto via che avevo tre anni. Da là siamo andati a vivere vicino a Feltre, in provincia di Belluno. Dopo siamo andati a Conselve e da Conselve a Villafranca Padovana; là c’era lo zio di mio papà che era medico condotto. Dopo abbiamo cambiato ancora e siamo andati a Monselice, a Bovolenta e infine a Ponte San Nicolò. Mio papà era ferroviere; a quel tempo venivano trasferiti spesso. A noi ragazzi non importava, ma per i genitori era dura cambiare sempre paese.

Quando sono venuto a Ponte San Nicolò era il ’36; avevo undici anni. Abitavamo davanti alla casa del popolo… la casa del fascio. Io l’ho vista fabbricare. Prima là c’era il campo sportivo “Umberto Maddalena”, dopo hanno fatto la casa del fascio e dietro le case popolari. La casa del fascio l’hanno fatta durante l’epoca fascista, le case popolari dopo. L’ho vista costruire la casa del fascio. Mi ricordo bene. Ma prima, come dicevo, c’era il campo sportivo “Umberto Maddalena”. Maddalena era un aviatore, quello che aveva trovato per primo la tenda rossa di Nobile al Polo. Questo Umberto Maddalena era cognato di mio zio, quello per cui avevo affetto e che aveva sposato la sorella di Umberto Maddalena. Dei tre fratelli Maddalena il più vecchio, il fratello di mia zia, è morto a caccia: degli amici lo hanno colpito mentre cacciavano ancora al tempo della guerra del ’15-‘18. Umberto, invece, è morto tragicamente perché è esploso l’aereo; dicono che sia stato Balbo, perché lui era un militare e basta. Non era schierato. Era un militare che sapeva il fatto suo. Mi diceva la gente che siccome era da Pettorazza, in provincia di Rovigo, a volte con l’idrovolante andava giù sull’Adige. Insomma erano tre fratelli; due morti come le ho detto, mentre il terzo, che si chiamava Tito Paolo, era maggiore dell’aeronautica; anche lui è morto in una missione nel Mediterraneo nel ’41-‘42. L’unica sopravvissuta era mia zia.

Noi andavamo spesso qua sul campo quando c’era. A scuola la prima roba che ci facevano fare era la tessera dei balilla e poi è diventata quella della gioventù italiana, la Gil. Al campo ti facevano fare – una scocciatura! – marce avanti e indietro, quelle stupidaggini lì. Non mi ricordo quando andavamo. Ma ricordo che da quando è cominciata la guerra si andava più spesso. Si facevano anche le prove per andare nei rifugi.

Dopo, in qualsiasi posto pubblico bisognava avere la tessera; anche per andare a scuola si pagava quel tanto. Più avanti, con la Repubblica di Salò, hanno riconosciuto che era sbagliato, che non era più obbligatorio. Erano quattro matti…

Ho fatto la quinta elementare qua, dove c’era il municipio vecchio. Come maestro avevo Vialetto. Era fascista. Un giorno ricordo che discuteva con degli anziani e diceva che bisognava sterminare tutti gli ebrei perché erano una brutta razza. Era convinto, ma non era farina del suo sacco, era l’imbottitura che gli avevano fatto: la propaganda è micidiale a tutti i livelli.

Ce n’era tanta. Capillare. Pensi che anche nell’esercito i militari dovevano andare a messa la domenica; è stato dopo il concordato del ’29 con Mussolini che ha dato alla Chiesa una barca di soldi. Prima i governi liberali gli avevano confiscato i beni; ci sono tanti conventi che adesso sono caserme. Ad esempio in Prato della Valle, dove una volta c’era il convento di Santa di Giustina ora c’è una caserma. Lo stesso dove c’è la caserma Piave. Anche nella parte nuova della Prefettura, se guarda dentro, c’è ancora un chiostro. La scuola Galileo Galilei era un convento. E io ne ho detti solo una piccola parte. Si era arrivati a un momento che a Padova c’erano trentaseimila abitanti e la popolazione ecclesiastica era quasi uguale.

Tanti andavano a fare il prete o il frate per sottrarsi alla miseria che c’era, così almeno mangiavano.

Tornando alla scuola, mi ricordo che si faceva il saluto prima di entrare, il saluto romano. Quando entrava il maestro lo si salutava col saluto romano. Prima ci si alzava e poi si faceva il saluto. C’erano anche le foto; ce n’erano tre: Mussolini, il re e il papa. Nelle scuole e negli ambienti pubblici: c’erano dappertutto. La parola d’ordine fondamentale era “Dio, patria e famiglia”.

Come giornali all’epoca c’era il Popolo d’Italia, l’organo fascista. Dopo c’era il Corriere, ma era sempre roba controllata dal fascismo; lo leggeva pochissima gente. C’erano anche il Gazzettino e il Veneto, ma erano tutti schierati. Tutti. Dopo la guerra la Democrazia cristiana ha acquistato il pacchetto di proprietà del Gazzettino. E’ stato l’onorevole Mentasti, democristiano.

La radio la usavano per la propaganda, ma c’era poca gente che aveva la radio. C’era l’Eiar allora. C’era quell’annunciatore, Appelius. Erano robe da… prese in una certa maniera erano da ridere e prese da un’altra erano da far pietà. Dopo c’era il colonnello Ansaldo, mi pare, e qualche altro. Ma quelli avevano un linguaggio più accettabile… Appelius era invece un fanatico e un disgraziato. Come trasmissioni che facevano ogni giorno c’era il discorso radiofonico in cui si invitava alla guerra, si schernivano gli ebrei, gli inglesi, i russi.

Noi ascoltavamo la radio. Sì, ce l’avevamo. Mi ricordo che Radio Londra era la più preparata. Se ti prendevano, però, c’erano punizioni severe.

Dopo tutti si sono messi ad ascoltarla. C’erano anche la Voce dell’America o di Mosca; da Mosca si ascoltavano i discorsi di Togliatti che si faceva chiamare Ercoli; era il suo nome di battaglia. Ma erano poche trasmissioni. A Radio Londra c’era invece il colonnello Stevens. Io le ascoltavo tutte queste trasmissioni, anche radio Mosca, per cercare di avere più notizie; ma quella più documentata era Radio Londra, la Bbc.

A quel tempo, come podestà, c’era Stefano Turcato. Dopo anche lui ha tagliato la corda. Anche lui ascoltava Radio Londra, come la gran parte delle persone. Perché il 25 luglio ci sono state manifestazioni spontanee contro Mussolini e pensi che nessuno è intervenuto; significa che oramai… L’esercito levava i fasci e metteva le stellette e nessuno ha fatto opposizione; era un momento di grosso sfaldamento.

Anche qui abbiamo fatto manifestazioni. Siamo andati a Padova il 25 luglio spontaneamente ed eravamo in tanti; abbiamo trovato un po’ di amici, abbiamo rotto un busto di Mussolini e dei quadri. Abbiamo fatto piazza pulita nella casa del fascio, ma non abbiamo toccato i mobili.

A Padova eravamo andati in tre: ci siamo trovati per caso io, Nani della Broca, che è Boscaro Giovanni, e un altro. Ma per caso, perché nessuno pensava che ci fossero queste manifestazioni spontanee. Dopo ci sono state manifestazioni grandi anche a Milano, Torino e Napoli. Però dopo l’abbiamo pagata cara questa storia, quando è andata su la Repubblica di Salò: quattro fetenti! Tutta gente che non so neanche cos’abbia fatto… Credo qualche anno di galera e dopo sono usciti con l’amnistia Togliatti. Sono venuti a prendermi per darmele per la faccenda del 25 luglio; si sono ricordati… Però quello che mi ha pestato era di Saccolongo; non lo conoscevo nemmeno. I loro metodi erano quelli. Due da qua mi avevano segnalato e dopo… Mi hanno anche detto di rigare dritto, se no mi mandavano in Polonia.

Dopo mi hanno preso anche in osteria nel marzo del ’45. Erano i primi di marzo del ’45; stavo giocando a carte, è venuta la guardia repubblicana di Legnaro: tutti in fila e quelli che avevano l’età da militare sono stati presi e portati a Legnaro… al 58° fanteria. Da là ci hanno portati a Brescia, ma in quattro siamo riusciti a scappare. E’ stato durante un bombardamento aereo. Di giorno non correvano nemmeno i carretti e dicevano di aver vinto la guerra questi imbecilli… Dicevano che avevano le armi segrete… L’adesione al fascismo qua era un po’ come dappertutto. Attraverso la propaganda si convinceva la gente a pensare in modo fascista.

Insomma, abbiamo approfittato del bombardamento e siamo scappati. Eravamo nella caserma della X Mas. Per tornare a casa ci abbiamo messo tre giorni; qualche tratto anche con dei camion che trasportavano merci. C’erano tutti camion che andavano a carbonella. Erano robe neanche da credere come ci si era ridotti. C’era tanta miseria in quel periodo. Anzi, ancora da prima della guerra: non era una novità. Sa quanti casoni c’erano qua? Non proprio qua: a Legnaro, Polverara, Piove di Sacco. Ce n’erano proprio tanti.

Quando c’è stata la Repubblica di Salò, è allora che hanno fatto i malanni; prima andava solo così… Si ricordi che Mussolini quando è tornato al potere con la Repubblica di Salò ha fatto un bando che chi aveva reati fino a un certo numero di anni, se aderiva alle formazioni di Salò, brigata nera ecc., veniva ripulito dai reati commessi.

Lo Zoppo è uno che ha aderito a Salò. Un altro era M.: solo uno sciocco; un fascista, ma molto limitato come uomo. Un altro ancora era Z.; era da Rio ed era uno di quelli che mi hanno bastonato. Aveva una mano mutilata; era stato in Spagna come volontario. Era uno veramente convinto, ma anche lui di poca sostanza. Credo che sia andato via da queste parti perché aveva paura di prenderle; ha preso un po’ di anni, ma dopo è venuto fuori con l’amnistia ed è andato via. Dopo c’era anche C., un ufficiale, ma era da Padova. Uno che aveva anche militato non so in che formazioni della Repubblica di Salò, ma non erano pericolosa né niente. E’ gente di poca sostanza, poveri diavoli più che altro.

Quando ho finito le scuole a Ponte San Nicolò non sono andato subito a lavorare: ho fatto le scuole di avviamento a Padova, le scuole commerciali. Dopo, come primo lavoro, ho fatto lo statistico dell’agricoltura, ma non ero in regola. C’era una paga forfettaria. Questo sempre durante la guerra. Sono stato pochi mesi. La guerra è cominciata che avevo quindici anni e ho finito di andare a scuola mi pare nel ’41; dopo sono andato a lavorare in questo ufficio come statistico. L’ultimo anno della guerra, invece, bisognava scappare perché o eri in regola o eri preso come disertore. Avevano messo fuori i bandi. Io mi sono presentato. Quando mi hanno dato la divisa, con gli scarponi nuovi, la camicia nuova, le maglie, ho chiuso lo zaino e sono scappato, come la gran parte. Se no come ti vestivi? C’erano tanti che facevano così: la gran parte. Ci nascondevamo a casa oppure nei campi. Io sono stato anche per due mesi a casa di questo Boscaro che abitava da queste parti, sui campi qua.

Durante la guerra c’erano le tessere. Ma dopo, alla fine, non c’era più nemmeno la roba con la tessera. C’era pasta schifosa. Si andava al mercato nero. Come dappertutto. Ce n’era tanto mercato nero: si può dire che era la base. C’erano i contadini della zona che vendevano frumento, granoturco e uova e macellavano le bestie nei fossi.

Di negozi veri e propri, qua in zona, a Ponte San Nicolò, c’erano i negozi di generi alimentari di Magagna e Piero Varotto dalla parte di qua del ponte. A Roncaglia c’era Sestee e dopo Romagna. Sestee sarebbe stato Crescente. Romagna era cugino dell’avvocato che era democristiano, antifascista. L’avvocato era una brava persona; è stato sindaco di Padova e Ponte San Nicolò; era una persona corretta. Villa Crescente ora è pubblica.

Come panifici c’erano i Milani, ma quando sono arrivato io non c’erano già più. C’erano Gino Meo, nella piazzetta qua a Ponte San Nicolò, giù dal ponte, e Corrado, che dopo è stato ferito; era dei nostri, ma all’epoca c’era suo papà, Carlo Tessari. Uno aveva il forno elettrico e l’altro a legna, tradizionale. A Roncaiette c’era invece Bernardi. Anzi, era mulino Bernardi. Il panificio era Cavallini. Il mulino di Baccarin so che c’era, ma era sparito; era roba vecchia. C’era Angelo il molinaro.

A parte i casoini c’erano le osterie: ce n’erano due a Ponte San Nicolò. C’era l’osteria da Nicola, che era Milani Natale, ma nessuno lo chiamava così. Si diceva “da Nicola”. E dopo, di là, c’era “Stropei”, che era Benetazzo. A quel tempo c’erano i soprannomi che erano così. Le osterie non avevano caratterizzazioni particolari come idee: erano un posto di ritrovo e di divertimento per la gente. Si giocava a carte e chi voleva beveva e si ubriacava. Quelli erano gli hobby dell’epoca.

Ponte San Nicolò era come tutti i paesi di allora: un piccolo centro e poi le case sparse dei contadini. Mi sembra che dopo la guerra avesse tremila abitanti; oggi ne ha più di diecimila.

Il parroco, al tempo, era don Carlo Mattioli. Non era una gran personalità; andava bene con le donnette. Il medico condotto del paese, durante la guerra, era invece il dottor Cattaneo.

Le terre inizialmente appartenevano ai Da Zara e tutti gli altri erano braccianti suoi, contadini. E’ stato all’inizio delle leggi razziali che hanno dovuto cederle. Le ha comprate a buon mercato Montesi. La gran parte delle famiglie è andata via. I rimasti sono diventati suoi dipendenti. Dopo ha aperto anche uno stabilimento di ricerca dove adesso c’è una pizzeria grande. Facevano ricerche sulle barbabietole: per la varietà, per stabilire la produzione possibile, la gradazione. Dopo hanno anche studiato se era possibile portare qui la canna da zucchero. Facevano il mosto zuccherino. La gente lo dava da mangiare alle le bestie perché era a poco prezzo.

Non c’era tanta gente che lavorava in questo stabilimento. C’erano più che altro saltuari. Ci saranno state quattro o cinque persone come personale fisso. C’era molta gente durante il periodo della campagna, per un paio di mesi. Dopo c’era l’altro personale di Montesi che erano contadini diventati stipendiati, salariati.

Montesi abitava al confine tra Santa Croce e il Bassanello in una villa grande, immensa. Era da Fano, un marchigiano. Sapeva fare. Pensi che durante la guerra del ‘15-18 era direttore delle distillerie di Cavarzere e dello zuccherificio di Pontelongo. Si è fatto un impero.

Come stabilimenti qui c’era anche quello di Corazza, il sacchettificio. Una roba di piccole dimensioni. Gran parte del personale non lavorava nemmeno dentro l’edificio: si portava a casa i sacchetti di carta da fare. Dopo erano anche di tela e di plastica. Questo sacchettificio era qua dietro, dove c’è il palazzo grande. Più avanti sono andati in zona industriale a Roncaiette.

La campagna che c’era qui era frazionata. Si arrivava ad avere cinquanta campi, ma anche molto meno. Di molto grande c’era Montesi. Poi come possidenti c’erano i Turcato, ma non lavoravano loro direttamente la terra, lavoravano i loro contadini. Dopo c’era la ditta Carraretto che era una grande azienda agricola, ma il fondo apparteneva a Croatto Giacomo. Carraretto aveva tutto in affitto; fino a Roncaiette era tutto sotto l’azienda Carraretto. Non so nemmeno quanti braccianti avesse. Dopo la guerra Croatto ha venduto i campi. Croatto era da Padova. Carraretto invece era di qui, di Roncaiette. Era una famiglia benestante. La loro era l’unica vera azienda agricola a Roncaiette. Qui a Ponte San Nicolò, invece, la gente era contadina; alcuni erano fittavoli, mezzadri, ma in gran parte mezzadri.

La gente qui come occupazione faceva prevalentemente il contadino, se no si andava a lavorare in città. Andavano a lavorare ai Cementi, alla Stanga, alla Viscosa. La Viscosa era dietro al Biri e i Cementi erano dietro al canale, in alto.

Per i giovani c’erano pochi svaghi: solo l’osteria, forse il cinema. Mi sembra che ci fosse un cinema al sabato e alla domenica alla casa del fascio. Andavo anch’io a vedere qualche film. Quelli che potevi vedere all’epoca. Ma non sono durati tanto, anche perché a Padova ce n’erano diversi di cinema, dal Quirinetta all’Eden al Supercinema, il Corso, il Concordi, il Vittoria, il Casalini. Molti di questi sono spariti. Dopo andavamo in Prato della Valle.

Come partigiani c’eravamo noi del vecchio gruppo; eravamo io con Brugnolo Francesco, Boscaro Giovanni, mio fratello, Renzo Rizzi, Bortoletto Alfredo. Dopo c’erano quelli di seconda levata: Berto, Toson, Tessari; anche Carletto Giorato, che però era dei vecchi. Tutti di Ponte San Nicolò e dintorni. Avevamo le armi nella chiesetta. Norbiato e Carletto Giorato sono morti insieme. Dopo c’era Marchioro, morto anche lui come un Gasparini da Rio. Quelli però erano di formazioni popolari. Norbiato e Giorato sono morti in due situazioni diverse, ma tutti e due il 25 aprile. Proprio vicino all’ospedale è stato Giorato. Stava combattendo. Questo era il gruppo antifascisti. Ma non ci si conosceva neanche tra i diversi gruppi.

Noi non avevamo uno che faceva da punto di riferimento preciso, da capo. Io forse ero un mezzo capo che ho cercato di tirare le fila, ma niente di particolare.

Durante la guerra ci sono stati bombardamenti qui in zona; proprio verso la fine della guerra, ad aprile, hanno centrato il ponte, la piazza e sono morte quattro o cinque persone.

I tedeschi passavano e basta, non si sono fermati. Non c’erano caserme. Non si sono fermati nelle scuole, salvo, forse, da ultimo, ma solo per una notte. Si fermavano a Saonara al Casone. Avevano il deposito del bestiame là. Li abbiamo visti poco i tedeschi. I fascisti erano peggio di loro. Dei tedeschi molti erano stufi della guerra, ne avevano le scatole piene. Ce n’erano anche là di invasati, come le SS, ma fra i militari comuni molti ne avevano le scatole piene e allora non facevano grandi cose. Qui ne sono passati tanti verso la fine. Di atti brutti c’è stato quello al Casone dove hanno ucciso settanta-ottanta persone per rappresaglia. Hanno detto che erano stati attaccati, ma da chi? Da cosa? Andavano per le case, prendevano la gente e tac! Dopo li buttavano in fosso. Sempre i reparti di invasati delle SS o anche dell’esercito, ma i più fanatici.

Di quando sono arrivati gli americani mi ricordo bene. Sono venuti su da Padova. Ma erano più inglesi che americani. C’era l’Ottava Armata. Era un miscuglio; c’era anche una divisione di ebrei, una di indiani, una di neozelandesi… La gente li ha accolti bene. Non vedevano l’ora che questa musica finisse…

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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