Sergio Benvegnù – Partire verso la Russia

C’era una palude e abbiamo visto i russi muoversi; sembrava che scappassero e invece stavano correndo ai mortai…

Sono nato a Cartura il ventiquattro dicembre del 1920 e già questa data è stata una fregatura perché, compiendo gli anni a dicembre, a vent’anni avevo già alle spalle undici mesi di militare. Mio padre si chiamava Mariano e mia madre Giuseppina Vason; di figli c’eravamo solo io e mia sorella. Durante la guerra sono stato in Russia, ma prima sono andato al confine francese. Là non abbiamo combattuto e loro hanno abbandonato due o tre carri armati vicino al Monte Bianco. Dopo ci hanno portati al confine jugoslavo. Eravamo sempre nel ’40, più o meno. Dalla parte ungherese era entrata un’armata tedesca e noi dall’alta parte. Loro – gli slavi – sono scappati tutti a casa con le armi; noi ci chiedevamo come mai lasciassero fare. Là siamo rimasti cinque o sei mesi. Più tardi, nel periodo del Santo, verso giugno, hanno cominciato ad attaccarci e c’era proprio da avere paura. E’ anche arrivato un maresciallo squadrista che credo fosse De Bono. Ci ha fatto rispedire in Italia – il nostro reggimento aveva sede a Verona – per rivestirci e partire per la Russia, dove siamo arrivati verso agosto. In Russia non siamo mai stati bombardati, ma hanno lanciato dei volantini che dicevano:

“Cosa siete venuti a fare voi italiani nel nostro paese che non confina nemmeno col vostro? Siete venuti solo per alimentare la macchina dilaniatrice hitleriana”.

Mi ricordo quando c’è stato l’annuncio dell’entrata in guerra: io l’ho sentito per radio; a Gorgo – dove abitavo – ce l’avevano i Pavan, Primo e Augusto. Quella volta che ha parlato il Duce hanno messo la radio sul balcone e tutta la gente ascoltava in cortile. Io ero là; era prima che andassi via. La gente era entusiasta, contenta. Il Duce aveva fatto lo stato sociale, le quaranta ore, l’ora legale; al sabato marciavamo in divisa a Cartura, vicino a dove ora c’è il municipio. Là c’è una casetta che adesso è chiusa e che una volta era quella del segretario; dietro c’era il campo sportivo con il percorso di guerra. Così si arrivava in caserma preparati. Gli istruttori erano un capitano dei bersaglieri e due sergenti maggiori, Silvestrin e Santobuono. E’ una caratteristica del fascismo; anche se regime totalitario, ad esempio, ha fatto la previdenza e facevano anche questo; ti prendevano da quando andavi a scuola. Poi c’erano le feste nazionali. Gli istruttori erano tutti da Cartura. C’era anche un signore che abitava a Cagnola, nel palazzo qui vicino: era Gosetti; lui è stato tra i primi fascisti. Una brava persona. Quando sono tornato dalla Russia, sono andato al municipio e mi hanno dato la colombina, le cinque lire. Era la mancia per essere andato a salutarlo. In paese ci sono anche stati dei combattenti della guerra di Spagna, ma erano dei precettati, perché nessuno ci voleva andare.

In Jugoslavia i serbi erano quelli che hanno combattuto contro i tedeschi e gli italiani. Anche mio padre diceva che erano tremendi. Noi della cavalleria non siamo stati attaccati molto. La nostra caserma è stata attaccata due o tre volte e allora ci hanno ritirati per mandarci in Russia. Là sì che ci sono stati dei combattimenti forti. Io ero nel 5° Reggimento lanceri di Novara e abbiamo avuto subito degli scontri che ci sono costati tre morti. Eravamo in ottobre e faceva molto freddo. C’è anche una foto dove ci sono Bruno Camillotti, un caporalmaggiore di Verona, Ugo Magrin, di Lozzo Atestino, e il sottotenente Chigi che aveva una pasticceria a Verona. Al primo combattimento è toccata a loro. C’ero anch’io; quella mattina ero di turno come esploratore. Davanti andava una squadra, poi il plotone e poi veniva il reggimento. Davanti, come esploratori, c’eravamo io e un modenese. C’era una palude e abbiamo visto i russi muoversi; sembrava che scappassero e invece stavano correndo ai mortai. Noi l’abbiamo detto al tenente, ma non sapevamo dei mortai. In realtà la palude era una trappola: i cavalli si piantavano, ma noi non ce n’eravamo accorti. Allora hanno cominciato a sparare coi mortai e le mitragliatrici: altro che scappare! Poi sono andati via. Intanto sono morti i tre che dicevo prima. Faceva freddissimo: quarantadue o quarantatré gradi sotto zero; ci raccomandavano di far presto a fare i bisogni per non congelarci. Quando ci incamminavamo, alla mattina, ci legavamo un asciugamano sulla bocca, ma dopo quaranta-cinquanta metri era ghiacciato. I morti erano rigidissimi; neanche provarci a raddrizzarli: avvolti in un telo e giù in terra così com’erano. Sotto Natale facevamo la guardia e i russi avevano fatto i fuochi d’artificio. Noi non sapevamo le loro abitudini, però ci sembrava poco bello, così abbiamo puntato le mitragliatrici. Da fuori chiamavano: “Novara!”, “Quinto lanceri!”. Noi sparavamo abbastanza alto, comunque. Alla fine abbiamo capito che non erano i russi, ma ufficiali nostri che banchettavano; loro avevano anche i pasti migliori. I tedeschi, invece, lo prendevano come un mestiere: altro che feste! Per un periodo sono stato aggregato alla fanteria tedesca; gli ufficiali mi chiedevano se ero italiano, come mi chiamavo, da dove venivo e sapevano tutto. I nostri non sapevano neanche dove fosse Padova! Il nostro comandante, un colonnello, era stato a fare un’ispezione al fronte; quello tedesco era di ritorno pure lui e continuava a dirgli che non capiva niente. Anche in Russia i tedeschi continuavano a dare la caccia agli ebrei. Una volta ho chiesto a un tedesco perché avevano ucciso un ragazzino e lui mi ha detto che è perché poi diventava grande come il padre.

In Russia mangiare era un problema. Per un periodo non è arrivato più niente perché avevano bombardato i ponti sul Dniepr, così dovevamo arrangiarci e andavamo a case. La sera usciva una squadra di tredici uomini e si entrava nelle case russe. Io mi arrangiavo un po’ con la lingua e dicevo che parlassero in modo che noi potessimo capire. Entravamo col fucile in mano, mentre alcuni dei nostri restavano fuori per acchiappare le galline. Cioè, alcuni distraevano quelli della casa, gli altri rubavano le galline e poi venivano a chiamarci. Delle altre volte toglievamo le patate dai campi. Si sapeva che rubavamo e i borghesi volevano farci la morale; una ragazza diceva che era impossibile che noi avessimo fame. Comunque perquisivamo le persone per vedere se nascondevano addosso del pane. Cambiavano strada per evitarci, ma noi gli andavamo dietro. Una volta ho incontrato un ragazzino sui tredici anni che mi ha detto che a casa aveva altri cinque fratelli; il pane, però, gliel’ho preso lo stesso. Gli ufficiali erano contenti perché dicevano che eravamo in grado di arrangiarci: intanto mangiavano anche loro! Con quello che trovavamo facevamo un minestrone. Poi è arrivato l’ordine di ritirarci; eravamo sull’ansa del Don e là ci hanno battuti. I tedeschi ce l’avevano a morte; dicevano – ma io non l’ho visto – che, quando i soldati italiani tentavano di salire sui camion, loro li picchiavano sulle mani col calcio del fucile. Comunque siamo tornati indietro; sono arrivati i complementi a rimpiazzarci e abbiamo dato a loro le armi. Alla mattina sentiamo l’artiglieria pesante; arriva un ufficiale tedesco: quelli di loro che avevano combattuto d’inverno erano stati tutti decorati con la croce uncinata del Reich. I primi ad arrivare alla stazione per andare a casa sono stati loro. Per loro il ricambio era già sul posto quando è stato il momento di andar via; io ho avuto la prima licenza dopo un anno e mezzo! Anche noi siamo tornati in treno, ma prima c’erano da fare venti chilometri a piedi. Man mano che il fronte avanzava, ripristinavano i binari. Siamo arrivati via Minsk, Smolensk, Polonia, Varsavia, Austria, Udine. Viaggiavamo in carri bestiame, divisi in primo e secondo piano. Alla fine siamo arrivati a casa.

L’otto settembre io ero in licenza. Quando sono tornato, ci comandava il figlio del generale Guidi; mi ha fatto chiamare perché voleva sapere cos’era successo. Dopo, a Torino, siamo stati fatti prigionieri dai tedeschi. Il mio reggimento, il 1° Dragoni, era là; non aveva neanche mai combattuto, noi dovevamo solo pattugliare il Corso a gruppi di sei. Nel frattempo il colonnello ha firmato la resa incondizionata di tutto il reparto. I carri armati tedeschi sono entrati subito dalla porta principale; un interprete ci ha detto che, visto che non avevamo opposto resistenza, ci avrebbero lasciati a presidiare Torino, ma io ho detto al caporalmaggiore che era meglio scappare. Lui diceva che non si poteva, ma io ero convinto del contrario e gli ho detto: “Vedrai per quanto ci lasciano le armi!”. Non è scappato con me ed è finito in Germania. La mattina dopo le armi ce le hanno fatte buttare tutte nel cortile… Allora sono scappato. Di solito i reggimenti erano ordinati: noi no; ci hanno anche dato dei soldi e per questo ho capito che era meglio scappare. Eravamo incolonnati lungo il Corso e delle moto tedesche guardavano i fianchi; davanti non si vedeva nulla e questo mi preoccupava. Ho preso sul cavallo un mio amico e ci siamo buttati di lato. Più tardi ho preso un treno per tornare a casa; prima dei capoluoghi i treni rallentavano per permettere alla gente di scappare. Io per un pelo non sono stato preso dai tedeschi in Prato della Valle. Passavo a piedi e un tedesco mi ha chiamato per aiutarlo ad arrotolare il telone del camion. Infine sono tornato qui a Cartura. C’erano i guardiafili tedeschi, ma la guardia la facevamo noi su ordine del podestà Gentilini. Sempre sotto i tedeschi, siamo poi andati a lavorare alle fortificazioni di Bagnoli. Ci andavamo tutti, indistintamente, perché pagavano qualcosa e soldi non ce n’erano. Mi sono anche fatto valere perché, se ero sotto i tedeschi, era assurdo che mi prendessero i fascisti; così sono andato al comando a chiedere un documento che attestasse che lavoravo per loro. L’hanno fatto, ma era scritto in tedesco, così, al lunedì, ho chiesto di tradurlo a un mio compagno di lavoro che era stato per anni in Germania; mi ha detto che, con quello, nessuno poteva fermarmi. In quel posto ho lavorato per circa quattro mesi e siamo ormai nel ’44, più o meno il periodo in cui hanno ucciso quei due a Cagnola. Veramente erano in tre e due sono morti. Noi ne abbiamo tirato su uno, quello da questa parte; Luisari, credo. Era proprio qui davanti. Era giugno, perché siamo entrati in acqua per portarli a riva. L’altro, invece, l’hanno trovato il giorno dopo più avanti, sulla riva di là, a neanche cento metri. Qui non c’erano sassi ed è andato via con la corrente. Quello che abbiamo tirato su era sotto il ponte, vicino a tre pali che servivano per attaccare le barche. Poco lontano c’era il capannone del calzaturificio Penzo di Padova; le ragazze si fermavano sempre sul muretto del ponte e l’hanno visto. I fascisti non sapevano che il lunedì l’acqua cresce e il martedì cala; sono stati poco furbi. Le ragazze hanno visto una camicia celestina che si muoveva, poi l’ho vista anch’io. Non poteva andare via perché gli avevano legato un masso ai piedi. Io venivo qui a lavorare e ho visto; allora ho svegliato un mio amico e gli ho detto che c’era un annegato. Siamo andati là, l’abbiamo legato per tirarlo su, ma si faceva fatica per via di questo sasso. Comunque, un po’ alla volta l’abbiamo portato vicino al ponte. E’ anche arrivato il prete di Cagnola; ha detto che era meglio che ce ne andassimo perché poteva essere pericoloso per noi. E’ stato per questo che, il giorno del processo, non abbiamo testimoniato. Si è arrangiato di tutto il prete con dell’altra gente. Il morto l’avevano buttato giù quella notte; lo so perché c’era della gente che pescava ed è scappata; in quei momenti là, si capisce, era meglio scappare. Li hanno uccisi qui. Gli hanno dato una fucilata alla testa: l’hanno alzato, buttato sulla ringhiera e fucilato. Per quello che riguarda chi è stato, al processo si parlava di Duò, Toderini e Bruciapaglia. Duò lo conoscevo perché era di Bagnoli. Allo stabilimento di Cagnola si batteva spesso col capo che era un grande comunista. Lavorava proprio là. Diceva al capomagazzino: “Guarda, Romano, perché sei comunista? Guarda che io la penso come te”. Invece lui era fascista. Era una faccia tosta; faceva anche paura, però era stupido e volgare, ma di quelli che ci mettono un attimo ad ammazzare qualcuno. L’ingegner Gosetti era fascista pure lui, ma era di tutta un’altra pasta: non voleva che si facessero brutte cose. Fascisti qui intorno ce n’erano, anche a Gorgo; sfidavano il mondo intero, ma non hanno fatto cattiverie. I peggiori erano quelli amici di Duò. Erano cattivi semplicemente se avevano a che fare con qualcuno di sinistra. C’erano partigiani in zona; anche Gianni Garbinato, mi sembra, ma in ultima.

Negli ultimi giorni di guerra i tedeschi erano nella villa del conte Pietrobelli a Ca’ Murano. Sono andati a prenderli e li hanno portati qui perché stavano arrivando le forze armate americane. C’ero anch’io qui, sul ponte; un uomo anziano – era anche fascista – diceva: “Guarda, gli assassini!”. L’hanno buttato giù dal ponte. Altri due tedeschi erano qui, dalla Celestina; erano a piedi e volevano andare a casa. Due o tre stupidi da Gorgo hanno rubato tutta la loro roba; uno era anche stato in Russia.

Tratto da: I giorni della guerra. La vita quotidiana durante l’ultima guerra nel racconto degli abitanti di Cartura, 1996. Diego Pulliero – diego pulliero@libero.it

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