Regina A. – Storia di una maestra

Se tu lasci una ricchezza a un figlio, uno più furbo di lui se la può mangiare; se tu lasci una cultura, quella non gliela toglie nessuno.

Sono nata a Ponte San Nicolò nel ‘26. Nella mia famiglia d’origine eravamo in tre: due fratelli e dopo sono nata io. Il papà era di estrazione contadina e quando hanno costruito il ponte in ferro andava a fare il bracciante per guadagnare qualcosa. Poi gli hanno detto che all’ospedale occorreva personale e allora ha detto: “Il ponte finirà, ma l’ospedale no.” Così ha preso il diploma di infermiere ed è andato all’ospedale. E’ rimasto là per cinquantadue anni e ha anche ricevuto il diploma di benemerenza con la medaglia d’oro.

Anche la mamma è stata infermiera all’ospedale di Padova. Lei aveva preso il diploma a diciassette anni e siccome non era maggiorenne ha dovuto ripetere l’esame un anno dopo; è stata classificata come infermiera cosciente, intelligente e molto stimata dai professori.

Il papà era una persona molto seria; coglieva bene la sostanza delle cose, era buono e amante della famiglia. In quegli anni, quando ancora nessuno si occupava di un certo tipo di elevazione culturale, non tornava mai dall’ospedale senza aver preso il giornale; alla sera, dopo cena, si stava qui assieme e magari mio fratello maggiore leggeva gli articoli che poi commentavamo. Anche quello è educativo, solo che oggi non viene più fatto.

Il papà parlava poco, ma ascoltava molto ed è anche per questo che è stato molto stimato in ospedale. Era nato in una classica famiglia patriarcale (quaranta persone, più nuclei assieme…), ma stavano bene, pur con alti e bassi. Più avanti la famiglia di mio papà si è staccata da questo primo nucleo e, per non far miseria – in quegli anni c’era solo terra e quello che si ricavava andava in gran parte al padrone -, lui è andato con due fratelli a lavorare in Germania. E’ rimasto là un anno o due, non ricordo bene. Ci raccontava che a Stoccarda ogni minuto arrivava un treno e ne partiva un altro, sicché bisognava essere veloci a scaricare i vagoni di ghiaia; loro però erano così svelti che andavano ad aiutare anche gli altri che non ce la facevano.

E’ andato in Germania prima di sposarsi, quando aveva circa vent’anni; era prima della guerra. Con la guerra era già all’ospedale perché mi ricordo che ci parlava del professor Marangoni che curava i feriti che provenivano dal fronte. Alcuni di questi il male se l’erano procurato da soli per non andare in prima linea; allora il professore li rimproverava per questa forma di diserzione.

In quegli anni i miei genitori andavano a piedi a lavorare a Padova. Mia mamma mi diceva che un giorno, credendo di non essersi alzata abbastanza presto, si è trovata all’ingresso ospedaliero di Pontecorvo con le porte ancora chiuse. Erano le due di notte! Così è rientrata a casa per poi tornare a Padova il mattino dopo.

Prima di sposarsi lei non sapeva andare in bicicletta e andava sempre a piedi da Ponte San Nicolò a Padova con pioggia, vento, neve. E’ stata una vita dura. Se riuscivi ad affrontarla arrivavi a vivere discretamente, invece chi si adagiava rimaneva nella miseria. C’è anche da dire che mia mamma è rimasta orfana molto giovane e sentiva la responsabilità di tutte le sue sorelle. Sono tutti fatti personali, però credo che facciano capire come si viveva a quel tempo.

Come dicevo mio papà veniva da una famiglia patriarcale; abitavano dietro la chiesa. Si sono divisi prima del matrimonio perché i giovani, diventati grandi, si erano resi conto che non potevano più rimanere assieme e allora hanno deciso di staccarsi e farsi una vita propria.

La nuova casa dove siamo andati con mio padre era una casa a quell’epoca isolata e aveva della terra intorno. In questa casa siamo arrivati nel 1931, quando io avevo sei anni.

Subito dopo ho cominciato ad andare a scuola. Il mio primo maestro delle elementari era un meridionale molto severo, prima di tutto coi suoi figli. Mi ricordo che mandava sempre me a vedere che ora era sull’orologio del municipio. Abitava a Padova e spesso capitava che facesse la strada assieme a mio padre che tornava dal turno di notte; una volta mi ha elogiata, ma, mio padre me l’ha riferito solo quando avevo vent’anni.

Un giorno è successo che sono andata a scuola senza sapere una poesia; il maestro, nonostante avesse un occhio di simpatia per me, mi ha subito messa in castigo. Dico questo perché ricordo bene un fatto che mi è accaduto molti anni dopo. Avevo preso il diploma di maestra elementare e il primo anno che ho insegnato mi avevano dato la quinta di una maestra che era andata in pensione; dopo neanche quindici giorni la prima cosa che i ragazzi mi hanno detto è stata questa: “Siamo contenti perché lei non fa preferenze.”

La seconda elementare l’ho fatta invece col maestro Vialetto; dopo, quando è partito per il servizio militare, è stato sostituito da un’insegnante di Rio di cui non ricordo il nome. Vialetto insegnava, ma quando la morosa veniva a trovarlo parlava con lei e non ci seguiva più. E’ tornato poi in quinta; eravamo in un’aula nel comune. Come alunni eravamo parecchi, ma non è che io i primi anni di insegnamento ne abbia avuti di meno, perché ne ho avuti anche quaranta.

In quarta mi sembra di avere avuto il maestro Magnabosco. Magnabosco era un burbero benefico, un maestro che è ricordato ancora molto dai ragazzi perché era una bella figura di uomo; un insegnante intelligente, di quelli che insegnano a vivere. Aveva anche la moglie che era maestra, una signora molto fine.

In terza elementare, invece, ho avuto la maestra Busetto che veniva dalla città. Quella era idealista, una gran fascista. Ogni settimana ci faceva fare un tema da mettere nel quaderno della Patria; il compito veniva fatto fare nel foglio protocollo e i migliori venivano messi in una cartellina che conteneva tutti questi temi per la Patria. Era una signora molto fine, a modo.

Per quanto riguarda l’aspetto ideologico, noi siamo cresciuti in quel clima; anch’io sentivo di essere una giovane italiana. Il papà, invece, diceva a me e a un mio cugino orfano di padre:

“E’ perché voi non sapete come è andato su il fascismo. Anche a Ponte San Nicolò davano l’olio e bastonavano a morte chi non era fascista.”

Allora io gli ribattevo: “E voi, che prima non eravate fascisti, quanto bauchi siete stati a lasciarvi sopraffare dai fascisti?” Mio padre mi rispondeva che a forza di manganello e olio dovevi star zitto.

Al tempo c’era molta gente che aderiva al fascismo, ma bisognava e più di tutti erano quelli che avevano un lavoro che dovevano essere iscritti. Di convinti proprio a Roncajette ce n’era uno; dopo un certo C. M. a Ponte San Nicolò, ma era una buona persona. Poi c’erano i M.

Ricordo che quando papà era all’ospedale se c’erano le parate fasciste bisognava che avessero la divisa fascista. Dopo ricordo anche che un anno non ho voluto andare a fare un tema fascista perché poi lo doveva classificare una mia compagna più vecchia. Per questo fatto mi hanno accusata al federale di Padova. Quella ragazza era una fascistona; suo papà era uno squadrista di Ponte San Nicolò. In quel periodo dovevo passare alle superiori e con quella denuncia al federale non avrei neanche potuto fare l’esame; allora ho pregato la mia insegnante di italiano di giustificarmi dicendo che ero scarsa in italiano…

Dopo ho studiato al collegio privato Don Bosco che allora non era parificato, così ho fatto gli esami alle magistrali pubbliche. Nel ’44, il primo anno, mio papà non ha però neanche voluto che io presentassi domanda per l’insegnamento. Nel ‘45 ho fatto pochi giorni e nel ‘46 qualche mese; nel ’47, invece, ho fatto tutto un anno di supplenza a carattere continuativo. Nel ‘48 ho poi fatto il primo concorso dopo la guerra; ho superato le prove e sono entrata in ruolo nello stesso anno. Il primo anno ho fatto l’insegnante a Volparo.

Prima però avevo fatto anche un corso di stenodattilografia perché se non riuscivo a fare la maestra potevo andare a fare l’impiegata. In famiglia ci tenevano molto che noi studiassimo. Papà diceva:

“Se tu lasci una ricchezza a un figlio, uno più furbo di lui se la può mangiare; se tu lasci una cultura, quella non gliela toglie nessuno.”

Sono parole di un uomo che non veniva da una famiglia colta, ma che stupido non era di sicuro…

Avevamo della terra in affitto da Montesi e mio padre, che non poteva coltivarla perché lavorava, si faceva aiutare da un servitore che è rimasto da noi per diciassette anni. Questo servitore si prendeva mio fratello più piccolo sulle ginocchia e gli insegnava a leggere. Così mio fratello a cinque anni sapeva leggere e voleva andare a scuola anche lui.

Questo servitore abitava in famiglia da noi e dopo, quando è iniziata la guerra, è andato a lavorare in Germania. Al ritorno non è andato a vivere dai suoi parenti, ma è tornato da noi. Si è sposato con una ucraina che era stata deportata dai tedeschi. Poi si è costruito nel tempo una bella villetta. Ora ha ottantotto anni. Abbiamo sempre mantenuto rapporti di amicizia con questa persona.

In paese c’erano allora la trattoria “Tre Amissi” e un negozio di alimentari vicino all’attuale Tessari. C’erano poi i fratelli Milani che avevano un panificio. Era in piazza e dopo è stato preso da altri. Là c’erano anche altre due osterie, “da Nicola” e “da Stropei”.

A quell’epoca tra le persone più importanti c’era il podestà, Stefano Turcato. Era stimato in paese e tutti gli volevano bene perché era anche molto democratico. Faceva parte di una famiglia ricca: aveva un fratello ingegnere e un altro che è diventato diplomatico a Roma. Erano possidenti: avevano terreni sia a Ponte San Nicolò che, mi pare, anche oltre Piove di Sacco; ma non conosco bene queste cose.

Il parroco era don Carlo Mattioli; è stato il parroco della mia fanciullezza e dell’adolescenza. Anche lui era molto amato; un bravo sacerdote, anche colto. Non era il solito prete di campagna un po’ semplice e basta. Era sì semplice, ma aveva una grande ricchezza culturale; una brava persona, molto alla mano con la popolazione.

Crescente c’era già all’epoca. I Crescente sono di Padova, ma l’avvocato aveva anche un po’ di terra in via Canova. Era una famiglia nota. L’avvocato è stato sindaco di Padova tanti anni, una degna persona.

Come medico, quando io ero ragazzina, c’era il dottor Cattaneo. Cosa vuole, anche lui classificava le persone secondo il suo modo di vedere. Rispetto alla nostra famiglia, con la mamma, aveva simpatia, ma se, per esempio, nel comune si diceva che bisognava pagare le tasse, lui non era benevolo con quelli che riteneva in grado di pagarle e magari cercavano di evitarlo: potevano pagare le tasse? Se sì, allora dovevano pagarle e basta. Dopo è chiaro che, come per tutti, ci sarà chi ne parla in positivo e chi in negativo.

In passato qui c’era una mentalità che adesso diremmo da Medioevo. La famiglia di mio nonno materno, per esempio, aveva la terra e la casa che appartenevano al podestà Turcato. Mio nonno viveva quasi sempre in corte da Turcato, cioè nel palazzo dove viveva lui perché teneva in ordine il cortile, le piante, i pavoni, la carrozza. Mio nonno era la persona di fiducia. Quando si è fidanzato, Turcato non voleva che mio nonno sposasse quella ragazza perché diceva: “Qua c’è bisogno di una donna da campi!” Era perché mia nonna era figlia di una famiglia che a quell’epoca lavorava in un albergo. Il nonno mio l’aveva scelta come fidanzata, ma Turcato non voleva; voleva una donna di campagna perché diceva che quella non era adatta. Allora mio nonno si è tolto dalla famiglia ed è andato a vivere a Roncaglia. Più avanti, siccome era uscito con niente perché poco o niente c’era in quegli anni, è rimasto qui ancora un anno e dopo è andato in America. Ha fatto un po’ di fortuna, è tornato a casa e ha cominciato a lavorare fornendo i corredi da sposa alle ragazze. Alla fine è morto di infarto, mi pare, ma era anche stato ferito in guerra, in Africa con Menelik; è morto giovane a quarantacinque anni. Anche la nonna è morta giovane, ma di tumore. Tutto questo per dire che anche Turcato aveva una mentalità medioevale perché bisognava sposare la ragazza che diceva lui.

Dopo c’è stato lo scoppio della seconda guerra mondiale; veniva visto come una cosa tragica perché ci si rendeva conto che non era una guerra necessaria, ma non si poteva parlare e quella guerra è stata un’esperienza molto dura per tutti.

Io stavo ancora studiando a quel tempo; avevo diciotto anni proprio negli anni della guerra e quando suonavano l’allarme – perché venivano gli aerei militari americani, inglesi – scappavi da scuola e andavi alla Stanga e alla Veneta per vedere di tornare in campagna, ma magari il tram era già partito. Allora, attraverso la strada ferrata, camminavi e correvi per scappare e arrivare a Roncaglia. Capitava però che appena arrivata a Roncaglia suonavano il cessato allarme; allora tornavi indietro per non perdere le lezioni.

Quando poi facevano i rastrellamenti io di notte sentivo gli spari dei fascisti che andavano per le case a prendere i ragazzi e restavo sconvolta. Oppure suonavano l’allarme e scendevano dal cielo i razzi. Il papà e la mamma, che erano mobilitati civili, dovevano stare all’ospedale e noi eravamo a casa con tanta paura.

Nel periodo della guerra io ero studentessa. Andavo a Padova tutte le mattine. C’erano ragazze interne che vivevano là, ma io tornavo alle quattro e mezza; non si poteva studiare sereni e tranquilli. Anche mio fratello più piccolo, che studiava al collegio Barbarigo, se l’è vista brutta: una volta sono andati i tedeschi e volevano portarlo via perché essendo alto e robusto lo classificavano di età maggiore. Il professore allora gli ha fatto vedere il registro con l’età anagrafica e l’hanno lasciato lì. La mamma voleva farlo ricoverare all’ospedale per un po’ perché aveva paura, ma mio fratello non ha voluto perché voleva andare a scuola.

Venivamo interrotti continuamente: di giorno dai bombardamenti e di notte da Pippo o per gli allarmi vari che ti costringevano ad andare a nasconderti dentro ai fossi.

Mio fratello maggiore dopo l’8 settembre è venuto a casa, anche se gli avevano chiesto di andare a lavorare alla Montesi che era vicina; il papà non ha voluto perché diceva che i fascisti potevano andare a prenderlo.

Mi ricordo che un giorno, mentre facevano i rastrellamenti, si è nascosto sopra un platano in fondo alla terra che avevamo e noi andavamo con il cestello a dargli da mangiare. Di notte lui con dei cugini andava a dormire in mezzo alla campagna dove avevano scavato una specie di camera sottoterra che poi coprivano con l’erba e il muschio.

A quel tempo avevo un cugino geometra, orfano della prima guerra, che abitava a Padova. Faceva il servizio militare nonostante fosse orfano e figlio unico; eravamo lui e io che contestavamo il papà dicendogli che erano stati dei bauchi a farsi sopraffare dai fascisti. Quando c’è stato l’8 settembre, però, lui era a Milano e ha scritto una lettera che ho ancora dove mi diceva che i primi a denigrare il fascismo dovevamo essere proprio noi che siamo stati traditi nella nostra fede. Diceva poi che ci sono di quegli esempi da non credere a Milano. In quei tempi, infatti, andavano nelle case del fascio e buttavano fuori dalle finestre il ritratto del duce e tutto.

In seguito mi ha anche detto che a Milano, negli studi dei gerarchi, avevano trovato nascosto nelle gambe dei tavoli le fedi delle donne che avevano dovuto dare l’oro per la Patria e che loro si erano tenuti. Questo mio cugino è stato mandato in un campo di concentramento in Germania e per un po’ ha scritto; noi gli mandavamo pacchi con medicine, salame… A un certo punto non ha più scritto e solo quando è finita la guerra abbiamo saputo che con un cucchiaio ha scavato un tunnel in campo di concentramento ed è scappato. E’ finito in una fattoria in Francia. Dopo che è finita la guerra è andato all’Opera di Parigi perché lui era un cultore delle cose belle e poi è tornato a casa sua, in via Belzoni, ma l’ha trovata demolita perché era stata bombardata. Ha preso una gran paura per la mamma che invece era al lavoro in una sartoria maschile.

Invece un altro cugino era sommergibilista; con l’8 settembre si trovava a Trieste e gli apparecchi tedeschi dicevano di arrendersi perché altrimenti li avrebbero mitragliati. Così si sono arresi e li hanno portati a Venezia chiusi nei vagoni bestiame e sorvegliati per inviarli ai campi di concentramento in Germania. A un certo punto mio cugino, dal vagone, ha visto che i due tedeschi che stavano sul marciapiede andavano uno da una parte e l’altro dall’altra, così ne ha approfittato. E’ uscito dal finestrino del treno, ha preso il cappello ad un tranviere, ha finto di essere uno della ferrovia ed è scappato. E’ andato partigiano, però un giorno che stava venendo a Padova per prendere delle armi – in quei giorni avevano preso un colonnello, un tedesco – l’hanno fermato e lui aveva la pistola in tasca. Così l’hanno portato in prigione con le catene ai piedi e dopo due o tre giorni l’hanno fucilato sugli spalti di Vicenza . Ho la fotografia di lui morto per terra. Sono ricordi brutti e tanti dispiaceri.

In paese, durante la guerra, c’era miseria, ma soprattutto per chi non faceva mercato nero. Noi, ad esempio, di famiglia siamo sempre stati bene perché a quei tempi chi è che in famiglia aveva due stipendi? Ma quando c’è stata la guerra ci sembrava di essere in miseria perché con gli stipendi di papà e mamma se prima si faceva tutto, a quell’epoca bastavano per poche cose: carne due volte alla settimana ecc. Invece quelli che facevano il mercato nero uccidevano le bestie nei fossi, poi vendevano e guadagnavano. Non conosco bene la dimensione del fenomeno del mercato nero, ma quelli stavano meglio di noi. Finché facevano mercato nero senza approfittare dei bisogni della povera gente va anche bene, ma c’è stata gente che si è arricchita spillando un sacco di quattrini al prossimo. Ricordo che io andavo con il trenino della Veneta a scuola e so di professoresse sfollate a Legnaro, Piove di Sacco che erano costrette a bruciare le poltrone e le sedie per fare fuoco.

Di partigiani qui ce n’erano; due sono anche morti: Giorato e un altro, Marchioro Guido; ma non so se ce ne fossero altri. Norbiato era di Roncaglia mi pare. Li conoscevo questi partigiani che sono morti. Non erano di famiglie antifasciste; erano loro che sono diventati partigiani, le famiglie non si interessavano.

Quando c’è stata la ritirata dei tedeschi noi eravamo andati a dormire verso Roncaiette; i tedeschi sono andati nella barchessa, hanno aperto una botte di vino e si sono presi delle tavole che gli servivano per passare il ponte con i buoi perché era stato bombardato. Ricordo anche che sono venuti degli ufficiali a requisire parte delle abitazioni, ma erano buoni e quando sono andati via definitivamente continuavano a girarsi indietro per salutare. Forse anche loro, più che essere convinti, erano costretti a fare la guerra.

Dell’arrivo degli alleati mi ricordo che facevano festa, andavano a ballare. Non ho presente niente degli inglesi, ma quando sono arrivati vicino alla nostra casa hanno lasciato un camioncino con cioccolata, vitamine, tanta roba…

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di Ponte San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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