Ines Bertolin – In paese tutti si volevano bene

Mio papà ha messo l’armadio davanti alla porta, mia sorella era a letto messa di traverso; loro hanno sparato per la porta e l’hanno ferita all’intestino in quattro posti…

Sono nata a Roncaiette nel 1925 vicino alla villa della contessa. Mio papà si chiamava Bertolin Sante. Noi abbiamo avuto tante disgrazie, glielo dico subito, perché eravamo in cinque fratelli. Mia mamma ha comprato un altro bambino nel ’38, ma è morta quando lui è nato; il bambino si è salvato. Nel ’38, quindi, siamo rimasti senza mamma. Si chiamava Marzotto Angela. Ha sempre fatto la casalinga. Era originaria di Padova.

Mio papà era invece di Roncaiette, da via Boccaccio. Prima abitava coi fratelli, ma dopo il padrone della casa, Girolimetto, ha detto: “Guarda che se vuoi ti do la casetta vicino alla villa.” Mio papà con mia mamma erano contenti e siamo andati là. C’erano anche diciotto campi in affitto.

Quando abbiamo cambiato casa avevo sette anni. Sono nata quando mio papà stava ancora coi fratelli. Quando si abitava con zii e cugini, però, ero piccola, sicché di quel periodo non mi ricordo niente. So che ci hanno dato la casa e i campi per niente, per una miseria, perché mio papà era un grande lavoratore e gli piaceva tener bene tutto. Soldi non ce n’erano, entrate non ce n’erano. Quindi ci si arrangiava con quello che riuscivamo ad avere da questa campagna. Avevamo anche una stalla con degli animali, avevamo le bestie, anche polli. E quando siamo cresciuti abbiamo cominciato ad aiutare mia mamma. Era la mamma che seguiva gli animali da cortile.

A scuola sono andata a Roncaiette. L’ho fatta fino alla terza. Allora a Roncaiette la scuola era di là, dall’altra parte, all’Isola. Dei maestri che ho avuto all’epoca ricordo Grandi Cesira. Era piuttosto cattiva: ci faceva mettere le mani sul banco e con una bacchetta di ferro batteva i bambini. Quanto piangevamo! Deve essere stato quell’anno che dopo non sono più andata a scuola perché era morta mia mamma e mi è toccato stare a casa per aiutare mio papà.

Siamo state a casa io e un’altra sorella. Io ero la seconda dei sei fratelli. Mia sorella, invece, è del ’23. Quindi è toccata a noi. Io e lei abbiamo seguito gli altri fratelli. C’erano Bepi che aveva otto anni, Anna che ne aveva quattro e Angelo che era appena nato. Dopo dovevo anche andare ad aiutare mio papà, ma mio papà era nervoso, poveretto. Fra che aveva anche mal di cuore… E mi toccava andare al mattino con mio fratello Bepi a lavorare nei campi. Ma non c’era quello che c’è adesso, stivali… non c’era niente. Mio papà si arrabbiava. Allora non capivamo perché era cattivo, ma non era cattivo poveretto: è che vedeva che avevamo bisogno di aiutare lui e di stare a casa per fare da mangiare. Dovevamo dividerci tra campi e casa. E dopo, quando erano le undici e mezza, partivo e andavo dalla Bruna; là c’era Pierina, sua cugina, che faceva la sarta e io per distrarmi e non sentire sempre brontolare andavo là a imparare. Però ho imparato poco. Quello che ho imparato l’ho imparato dopo dalla Emma.

Avrei voluto imparare bene a fare la sarta. Comunque mi faccio delle sottane, mi faccio e facevo tante robe… anche camicie per mia papà. Il papà, però, non era contento che imparassi a fare la sarta. Solo quando avevo accontentato lui, allora partivo e andavo. Là vicino c’era una zia, la sorella di mio papà; io andavo là e mia zia mi diceva: “Non andare a casa, stai qui da me. Ti do io quando sei brava che mi fai una bella traversa.” Invece non ho fatto niente. Dopo ho fatto per i miei bambini. Ho fatto tante robe.

Però nel campo con mio papà si restava spesso tutto il giorno: quando c’era la mietitrebbia, che c’era da tagliare il frumento; oppure per la vendemmia, quelle robe là. Ma non mi piaceva andare in campi. Dopo sono andata a lavorare a Padova nel maglificio Beggiato come operaia. Non mi hanno messo né marchette né niente; mi davano una miseria. Andavo a lavorare alle sei e mezza di mattina. Era prima della guerra, quando ero ancora a casa mia. Il maglificio era in via Rudena; sarò stata là due anni. Ma non mi hanno dato niente; una miseria mi davano, e anche brontolavano. C’erano macchine grandi, mi ricordo. Macchine che facevano su il filo. Tutti i giorni facevo su e giù: andavo la mattina e tornavo la sera; mi portavo via da mangiare. Andavo in bicicletta col fanale a olio. E adesso hanno il ben di Dio e non sono ancora contenti.

Dopo mi sono fidanzata. Mio marito si chiama Concolato Pietro; è del ’23. All’epoca eravamo ragazzini. Quando aveva diciannove anni è partito militare per Brescia. Finito il militare non è neanche tornato a casa; lo hanno mandato direttamente al suo reparto, in Francia, a Tolosa. E dopo lo hanno fatto prigioniero. Gli avevano dato quattro giorni per tornare a casa dalla Francia e sposarsi. Ci siamo sposati e dopo è andato su pensando che gli davano i dodici giorni di licenza come facevano una volta. Io non l’ho più visto. E’ venuto a casa nel ’43… anzi, alla fine della guerra, nel ’45. Nel ’43 io avevo diciotto anni. Quando mio marito è andato in Francia e non è più venuto a casa mi censuravano anche le lettere. Erano cattivi… Di quelli che hanno fatto la prigionia bisogna ricordarsi di più perché hanno combattuto e hanno rischiato la vita. Mio marito era andato via di leva. La guerra è scoppiata durante il periodo che era via. L’annuncio della guerra non me lo ricordo, ma ricordo Mussolini.

Mio marito, da militare, è riuscito a scrivermi una volta sola, poi basta. Dopo censuravano anche lui e non è più arrivata posta. Non sapevamo niente, nemmeno se era vivo o morto. Lui, però, ha saputo che gli era nata la bambina.

Intanto io ero rimasta in casa coi miei suoceri e mia cognata, la Ada. Lei era la moglie di uno di quelli che erano in Africa; è un anno che è morta. Una donna bellissima. In sostanza eravamo noi due spose coi mariti via e coi due bambini.

Dopo c’era la guerra; è venuta la mamma di mia suocera da Jesolo, perché loro avevano caro di venire qua. E’ arrivato anche uno che è scappato da Treviso, un nipote di mia suocera. Tutti in questa casa. Insomma eravamo in quattordici. La casa è sempre stata questa, che era la casa dei Concolato.

Mio suocero era qua dai signori Carraretto che una volta erano Centanin. Lui faceva la cantina e lavorava coi cavalli. Lavorava solo lui. Sì, perché eravamo tre donne e anche la nonna di Jesolo, i bambini e le mie cognate. Restavamo in casa e non lavoravamo fuori. Era dura andare avanti. In seguito mia cognata Ada è andata a lavorare dagli inglesi per prendersi qualcosa.

Durante la guerra c’erano i tedeschi che hanno ferito mia sorella a letto. Una notte hanno circondato la casa di mio papà. Volevano entrare; hanno detto a mio papà che gli aprisse la porta, ma mio papà ha detto che non la apriva. C’erano due sorelle a letto: la più vecchia e la terza e mio fratello Bepi.

Mio papà ha messo l’armadio davanti alla porta, mia sorella era a letto messa di traverso; loro hanno sparato per la porta e l’hanno ferita all’intestino in quattro posti.

Allora c’era qui Girolimetto che era sfollato nella sua villa. Mia sorella ha cominciato a chiamare aiuto. Girolimetto ha chiesto cos’era successo e gli abbiamo detto di mia sorella che era ferita. Allora è venuto di nascosto perché di là c’era un colonnello, il colonnello Giacchetti, che era all’aeroporto ed era sfollato da loro. Ha detto che bisognava portar via subito la ragazza, così l’hanno presa e l’hanno portata all’ospedale. Dopo però non gli davano la macchina per tornare. Telefonare non si poteva da nessuna parte. Insomma il Signore ci ha aiutato e l’hanno salvata.

Un’altra volta viene a casa mio papà. Dice: “Dov’è la mia bicicletta?” L’avevano caricata i tedeschi in camion. Era stato uno che era sempre là da loro a mangiare e dormire. Gli volevano bene, anche. E mio papà ha detto: “Ma dove mi portate la bicicletta che l’avevo presa nuova?” E dopo mio papà ha detto: “Ben ben, non importa… poca strada fate!” E’ stato per quella frase che dopo mia sorella è stata ferita: sono venuti in cerca di mio padre. E la bicicletta se la sono portata via.

Il tedesco era uno che stava da Lincetto; viveva là e gli davano da mangiare. Quella sera sono venuti a casa in cerca di mio padre per vendetta. Questo tedesco si era offeso e voleva vendicarsi per le parole che gli aveva detto mio papà. Era tutto circondato. Non c’erano solo i tedeschi, ma anche italiani. Di tutto: hanno circondato la casa e hanno ferito mia sorella. Dopo, quando sono venuti a chiamarmi alle tre, tre e mezza, che era arrivato anche il prete, siamo andati in cerca di mio papà. E’ stato tutta la notte nascosto dentro l’acqua. Quando è arrivato a casa mi ha detto di andare sul posto dove aveva nascosto i soldi. Quella gente, forse, cercava anche soldi, ma non hanno preso niente. Allora Girolimetto, il dottor Paolo, ci ha fatti andare tutti a dormire là nel salone grande, tutti per terra. Mia suocera mi ha detto che potevo andare e che stava lei con la bambina. Però chi erano esattamente quelli che ci hanno aggrediti non s’è mai capito bene.

Comunque, tutto sommato, la mia famiglia stava abbastanza bene; mio papà ha sempre lavorato: tagliare l’erba con la falce. Non eravamo in miseria come altre famiglie. No, eravamo in tre famiglie e tutti si faceva insieme. Cucinavamo anche insieme. Tutto, tutto si cucinava insieme con altre famiglie. Si usava la caliera di polenta e si mettevano anche le pantofole ad asciugare vicino al fuoco; a volte andavano dentro la caliera… E si tagliava la polenta col filo a quel tempo. Facevamo delle polente enormi. Sì, perché eravamo in tanti.

All’epoca, prima e durante la guerra, tra le persone più in vista del posto c’era questo Carraretto… Dopo c’era Centanin, ma non l’ho conosciuto. Però ero andata con mia mamma che deve aver parlato con la Vittoria, la sua serva, perché dovevamo comprare un letto, ma non avevamo soldi per comprarlo. Allora ci hanno detto che loro avevano un letto che dovevano buttare via e mi ricordo che siamo andati nel palazzo grande, al secondo piano, a prenderlo. Era pieno di cimici; mio papà lo ha portato di dietro e gli ha dato fuoco. Mi ricorderò fin che vivo di questo episodio. Carraretto è venuto dopo, negli anni ’30. L’ho conosciuto; non era cattivo: era un uomo autoritario. Sapeva di essere il padrone, però mi ricordo che andavamo a prenderci nella sua cantina il frumento, un po’ di patate. A quel tempo si portava il frumento al mugnaio e su dieci chili che gli portavi te ne dava otto, per guadagnarci qualcosa. Comunque Carraretto aveva molti campi in affitto: settecento, se non ricordo male. Era fittavolo di Croatto.

Noi ci siamo trovati sempre bene sotto di lui. Con la scusa che andava mio suocero, la signora, quando ero ammalata, quando ero in stato e sono caduta con un temporale, è venuta ad aiutarmi e a portarmi la bottiglia del ghiaccio. Era una signora alla mano, gentile. Tanto gentile la signora. Lui era autoritario, però dopo si calmava. Anche la gente si aiutava l’uno con l’altro, qui in paese. Tutti si volevano bene.

La terra la girava Carraretto che aveva i trattori; noi non potevamo, non avevamo i soldi per prendere un trattore. Francesco ci ha fatto tanti piaceri. Non potevamo dire male di lui.

Quando sono venuta ad abitare qua coi suoceri ho sempre lavorato in casa; noi donne ci organizzavamo tra di noi i lavori da fare. Da mangiare faceva tutto mia suocera. Allora era tempo di guerra, andavamo a prendere i soldi alla Croce Rossa a Padova. Dovevo darli a mia suocera e dopo, con la tessera, andavamo a prendere lo zucchero. I soldi dalla Croce Rossa erano quelli di mio marito che era prigioniero. Mia suocera mi diceva: “Dalli a me, tu che te ne fai?” Era lei che allora aveva i soldi e la cucina. Ma non ce n’erano tanti in casa anche perché se mio suocero andava a lavorare non gli davano soldi: lo pagavano con roba da mangiare, vino e legna, grano, granoturco…

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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