Gianfranco Pulliero. Racconto di un tempo

Sono nato a Vigodarzere il 22 ottobre 1928. Mio papà si chiamava Giuseppe e mia mamma Giovanna Pilli. Eravamo in 12 fratelli, ma uno è morto che aveva 12 anni e un altro a 17.

Come primo lavoro sono andato da Mimo, un fabbro che costruiva reti metalliche per letti; avevo 11 anni e mezzo e avevo fatto fino alla quinta elementare. Dopo sono andato a lavorare in un magazzino di carta e tipografia, da Valpiana, e sono rimasto là, sempre come bocia. Dopo sono andato alla Breda. Allora avevo 14 anni. Sono rimasto fino a 22. Prima ero apprendista e dopo sono passato operaio. Dopo la Breda sono andato a lavorare all’Acap, l’azienda autofiloviaria di Padova.

Come ambiente di casa era quello classico di una famiglia operaia. C’erano mio papà e questa squadra di bocete. Abitavamo a Vigodarzere su un cason che era uno degli ultimi della provincia di Padova.

Mio papà ha fatto diversi mestieri, l’ultimo, il più importante, è stato quello di andare a lavorare alla Saer che è l’azienda autofiloviaria che ha preceduto l’Acap. Ha fatto una trentina di anni là. Prima aveva lavorato in una segheria e anche in un mulino. Solo dopo è venuta fuori l’opportunità di andare alla Saer. Là faceva l’addetto ai binari; le chiamavano “squadre rialzo”, cioè squadre di manutenzione delle linee tranviarie. Allora c’era ancora il fascismo. Quando è entrato là credo sia stato prima che nascessi. Di tutti gli altri lavori che ha fatto prima ho sentito solo parlare a casa da mia mamma.

La mia famiglia era originaria proprio di quella zona; è sempre stata là, in questo cason in affitto con un campo e mezzo circa di terra attorno. I miei erano affittuari del conte Lazara.

L’affitto andava pagato quando trebbiavano il frumento. C’era una parte destinata al proprietario. Non so in che misura. Era comunque in natura. Poi c’erano le onoranze, cioè le regalie: i capponi a Natale e a Pasqua. Sono andato anch’io con mia mamma a portarli al conte nel suo palazzo di via Dante. Era vicino all’osteria “Al graspo de ua”; là, poco prima, c’era un palazzo patrizio dove portavamo capponi e uova; due capponi alla volta due volte l’anno in occasione delle feste. Allora c’era il tram che da Pontevigodarzere ti portava fino in centro.

Nella nostra zona il conte Lazara aveva solo quel pezzetto di terra dove abitavamo noi. Tutto intorno c’erano invece altri contadini proprietari che ci avrebbero mandati via volentieri a pedate sul culo perché quel pezzetto di terra in mezzo alla loro campagna dava fastidio. C’erano tre famiglie proprietarie e poi due campi del prete che dietro di noi aveva una proprietà anche lui. In mezzo questa isoletta col cason e noi.

Non saprei dire chi ha preso l’affittanza per primo nella mia famiglia; mio nonno c’era sicuramente prima di noi e credo anche altri, il mio bisnonno.

Mio papà faceva il suo orario in azienda e dopo lavorava la nostra terra. Prima lavorava solo lui e dopo, quando le mie sorelle e i miei fratelli hanno cominciato a diventare grandi, hanno lavorato anche loro. Le mie sorelle Maria, Ines, Guerrina sono andate a lavorare in una tintoria a Pontevigodarzere. Era nella stessa strada della Breda, in curva, vicino alla cascata sul torrente Muson dei Sassi. Hanno trovato da lavorare là e sono andate perché a casa c’era una squadra di ragazzi da tirare su.

Era normale allora fare il doppio lavoro come mio papà; gli operai, quando venivano da fuori, avevano spesso un po’ di campagna. Chi non aveva niente erano quelli dei borghi della città, gli altri un po’ di terra ce l’avevano. Era un’integrazione molto utile.

Intorno a noi, invece, tutti lavoravano solo i campi. Erano solo contadini. Per noi era molto dura: avevamo il passaggio obbligato in mezzo alla loro proprietà, una stradina che, immancabilmente, aravano sotto, tanto che non eri neanche capace di camminare, di venire fuori. Non potevano farla sparire del tutto, ma quando aravano, invece di avere un po’ di riguardo, giravano tutto sotto. Allora, col ghiaccio e il brutto tempo, faceva fango e non riuscivi nemmeno ad arrivare alla strada principale. Era una vita allucinante con quei personaggi. Lo facevano di proposito perché gli dava fastidio questo pezzetto di terra proprio là in mezzo. Una volta mio papà ha anche fatto scappare via di corsa uno di questi confinanti, l’ha fatto correre di brutto. Per fortuna avevamo il fattore che ci aveva presi in simpatia. È stato lui ad avvertirlo che questo tizio voleva andare dal conte per farci cacciare via e poi comperare il pezzo di terra. Mio papà allora è andato in centro e lo ha aspettato. Era un uomo robusto, ben piazzato, e l’ha fatto correre con un bastone da via San Fermo fino al Dazio, all’Arcella. Poi è andato a casa sua e gli ha detto: “Questa mattina non le hai prese, ma se lo fai ancora, ti cavo le budelle!”. L’altro gli ha detto: “No, Bepi, no no…”.

La nostra fortuna è stata che mio papà non aveva paura di nessuno, sennò, con quei personaggi che c’erano là, erano robe da matti. Volevano fare un boccone di quel pezzetto di terra. Erano tutti dei grandi massarioti, proprietari di 30-40 campi. Noi andavamo lo stesso a casa di questa gente a prendere il latte, la legna, e quando era inverno andavamo là per via del caldino dentro le stalle. Insomma il rapporto c’era, ma volevano a tutti i costi mandarci via.

Mia mamma era molto cattolica; a quel tempo era difficile che non fosse così. Forse lo era anche mio papà, però non era certo un cesaroeo.

A Vigodarzere l’ambiente era bigotto senza dubbio. Io sono cresciuto all’epoca del fascismo, ma sostanzialmente è sempre stato un paese bigotto, gestito da alcune famiglie come quella di cui parlavo prima. Erano loro le persone più rappresentative, quindi quelli che determinavano un po’ tutto. Naturalmente c’era poi il prete con loro. Ne ricordo due: il prete vecchio si chiamava don Gerolamo; all’epoca io ero piccolino e quindi non saprei dare un giudizio su di lui. Poi è venuto l’altro, don Giulio, e quello te lo raccomando… È morto che non sono tanti anni e sarà rimasto in paese per 30 anni o anche di più, ma era un personaggio da prendere con le molle.

A scuola sono andato a Vigodarzere. Ho cominciato in periodo fascista con tutto quello che questo comporta. Ho avuto più maestre e un paio di maestri. Una maestra si chiamava Radrezza; era piccolina e veniva in bicicletta. Poi ce n’era un’altra che era invece molto grande. Dopo ricordo la Sardena, forse la migliore di tutti, quella che mi ha portato fino alla fine. Ricordo anche il maestro Zanarotti che chiamavamo Cica; questo era tremendo, burbero. C’era anche il maestro Baggio. Io ho fatto sei anni invece di cinque perché un anno sono stato bocciato.

La più inquadrata col fascismo era la Sardena, ma anche la Baggio lo era e qualche volta alzava pure le mani. A quel tempo era difficile che non lo facessero. Alcuni facevano attività politica vera e propria, si esponevano; gli altri tacevano, subivano o seguivano quello che facevano un po’ tutti. Erano piuttosto rigidi e, del resto, c’erano classi consistenti. Questo era il metodo. A parte Zanarotti, che abitava qui, i maestri venivano da fuori.

Quando eravamo in classe bisognava alzarsi in piedi per salutare il maestro e poi ti facevano fare la canzonetta del duce e del re. Solo dopo ti sedevi e cominciavi le lezioni.

Comunque, finita la scuola, sono andato a lavorare da Mimo che faceva reti per letti. Il lavoro me l’aveva trovato mio padre. Conosceva Natale Mimo e una sera è passato da lui a chiedere se aveva bisogno di un bocia. Quando è venuto a casa mi ha detto che dalla mattina dopo sarei andato da Mimo. Era normale andare a lavorare a quell’età; me l’aspettavo, ma Mimo era veramente terribile, ti faceva terrore: gridava ed era un burbero. Sua moglie Cesira era in ufficio e teneva lei tutte le carte importanti. Noi ragazzini saremmo stati cinque o sei e c’era qualche operaio. L’ambiente era una piccola officina da fabbro che era messa nello scantinato della loro casa. Allora non è che si lavorasse come adesso, quindi anche le testate dei letti le battevano a caldo. Prendevano delle verghe di ferro e le battevano, dando la sagoma. Erano i fabbri altamente specializzati che facevano questi mestieri.

Io ero il bocia; andavo ad accendere il fuoco, davo una mano quando tiravano le reti, davo il colore. Gli operai specializzati usavano strumenti da banco e facevano il lavoro. Sono rimasto in quel posto per un anno e dopo me ne sono andato; con quell’uomo era veramente dura, così ho mollato. Però il discorso a casa era chiaro: “Molli da una parte e ti trovi un altro posto”. Un mio amico mi ha detto che cercavano un bocia da Valpiana; sono andato a vedere e sono rimasto là. Ho detto a mio papà che da Mimo non ci volevo più andare e così ho cambiato.

Da Valpiana c’erano due attività: la Valpiana vera e propria che aveva il commercio di carta e poi la tipografia. Era a Mejaniga, davanti a dove ora c’è la pasticceria il Tempio. Io sono entrato nella parte commerciale; aiutavo a tagliare la carta, a fare i pacchi che poi andavano nei negozi. Erano carte di tipo diverso; c’erano anche quelle per i salumi. Poi in settimana le andavo a consegnare. Nella parte commerciale c’eravamo io e il titolare, nella tipografia non c’era comunque molta gente, forse un paio di persone. Nel periodo in cui ho lavorato da Valpiana ho avuto un grave incidente: era novembre, faceva freddo, mi sono messo a giocare con un uomo più grande di me e, cadendo, siamo rotolati per terra. Lui, per sbaglio, mi è arrivato su un piede; io ho girato la gamba e crack, mi è saltata.

Da Valpiana mi sono trovato bene, anche se era un fascista convinto, mi aveva in simpatia. Non era un cattivo uomo. Dopo però sono passato alla Breda perché mi ero stancato di rimanere là; del resto la fabbrica attira sempre di più. A quei tempi c’erano file di ragazzini fuori, vicino alla mura dello stabilimento. Non c’era niente e bisognava trovare da lavorare. Così sono andato dentro, ma non sono stato raccomandato da nessuno. Me lo ricordo ancora come se fosse adesso: saremo stati una decina di cagnati, di ragazzini, e ci hanno presi. Là dentro mi sono fatto sette anni buoni, dal ‘ 43 al ‘ 51.

L’ambiente della Breda era completamente diverso da quelli che conoscevo; era una fabbrica organizzata in tutti i sensi, con i reparti e in ogni reparto c’era il suo capo. Mi sono trovato molto bene. Certo anche là dipendeva da dove capitavi, in che reparto. Io sono stato fortunatissimo perché sono andato al reparto pialle dove c’era Romeo Zanella, una splendida persona e una figura di riferimento per tutti. Era maltrattato senz’altro dalla ditta, ma era un fior di tecnico, preparatissimo, in grado di suggerire modifiche all’ufficio tecnico quando partiva una nuova produzione.

Non so quanti fossimo in fabbrica; ricordo che il mio numero era il 730. Comunque penso che non fossimo meno di 500.

In officina c’erano più reparti: attrezzeria, raschinatura, pialle, verniciatura, collaudo, tornitura, controllo macchine e prodotti, frese, rettifiche; poi c’erano il magazzino e i diversi uffici.

Si lavorava per preparare bancali lunghi e qualsiasi altra roba occorresse perché c’erano quattro pialle, sei limatrici, tre grandi trapani e cinque o sei piccoli, tre frese piane e delle alesatrici. In reparto saremo stati circa una ventina e Romeo era il capo; come bocia eravamo in due. Eravamo addetti alle macchine, facevamo da supporto a quello che aveva la macchina. Però non eravamo assegnati a un operaio specifico, ma a una macchina. Per quanto mi riguarda sono stato parecchio tempo a una pialla assieme a Momi Ranzato; dopo mi hanno mandato dove c’era una serie di piccoli trapani dove lavoravano delle file di uomini. Io ero il bocia di tutti questi. Quando sono diventato più grandicello mi hanno passato a una macchina dove ero con Chichi Tonet e in seguito ho avuto una macchina per conto mio.

In fabbrica il bocia è da sempre un po’ preso di mira con scherzi di vario genere. Per insegnargli il lavoro, insegnano, ma sei sempre esposto ai tiri degli altri. Però non posso certo dire che mi abbiano maltrattato; scherzi anche pesanti sì, ma nessuna cattiveria. Questi operai erano brava gente.

Chichi Tonet era matto come un cavallo, ma un brav’uomo, e lo stesso gli altri. Tegoina, Madeo, Battista e Aurelio avevano invece più o meno la mia età, anche se io ero il più giovane.

In fabbrica ho fatto delle belle amicizie, più che in paese perché ero quasi sempre là. Lavoravamo assieme e poi andavamo a ballare o al cinema.

Ho conosciuto anche altri capireparto di quell’epoca. C’era un po’ di tutto: qualche figlio di troia, qualche fascista, ma anche brave persone. Molto apprezzati erano Romeo, come dicevo, in poi Compagnin, Mazzucato, un democristiano, e Cerni, altra gran brava persona. Il caporeparto, in fondo, è sempre una figura dai contorni contrastanti: può essere vicino ai dipendenti oppure alla direzione. Per questo c’era un po’ di tutto.

A livello di dirigenti c’erano Medici, un capofficina, l’ingegner Bedendo e poi un amministrativo, fascista anche quello; dopo c’erano gli impiegati e infine i proprietari: Bertoni, Cotti e Griggio. Li ho visti perché venivano spesso. Due erano di Ferrara, Cotti e Bertoni; Griggio era di Padova. Allora erano dei piccoli industriali. Fisicamente erano piuttosto bassotti, grossi, sul sanguigno tutti e tre. I due ferraresi venivano giù una volta o due alla settimana; avevano l’Aprilia o l’Ardea con l’autista. Il padovano aveva un’altra macchina.

Medici non era visto molto bene perché era un rompiscatole, mentre in Bedendo io, da bocia, vedevo la figura del padrone. Con gli impiegati non avevo contatti.

Come dicevo, l’ambiente operaio era buono, ma dopo la guerra sono venuti dentro dei personaggi che te li raccomando. Qualcuno anche durante la guerra; questi erano pericolosi perché riferivano tutto quello che sentivano. In una fabbrica c’è sempre un po’ di tutto.

Nel ‘44 la fabbrica è saltata in aria con un bombardamento. Già dal ‘ 43 c’erano stati i primi scioperi e una volta hanno anche messo una bandiera rossa di traverso lungo il Muson, il torrente là vicino; mi ricordo di averla vista. Era tirata giusto sopra la cascata. Di quei primi scioperi mi ricordo tutto: sono partiti dalla richiesta di un aumento di salario e poi via via con altre richieste. Erano organizzati clandestinamente da un comitato dove c’era Romeo Zanella. Al suo reparto c’era il cuore della propaganda; lui e il vecchio Torresin affrontavano subito i nuovi. Mi ricordo che proprio Torresin mi ha chiesto subito un contributo per il Soccorso rosso. Ma dopo erano tutti quanti più o meno della stessa idea. Non c’era solo Zanella, lui magari teneva i fili e aveva i collegamenti, ma c’erano tanti altri che collaboravano: Urbano Zanella, Vandello, Compagnin, Cerni, Torresin, quello che mi ha contattato per primo e che tutti chiamavano ea Vecia. Era un vecchietto simpatico e mi ha chiesto una lira. “Eh, caro bocia” mi ha detto “ guarda che queste cose qua le devi fare anche tu!”. Dopo c’erano anche Pittarello, Andrea Zanotto e tanti altri: tutta gente combattiva che sapeva quello che faceva.

Il mio maestro politico e sindacale è stato Romeo: in lui vedevi proprio la persona da seguire, quello che ti fa crescere una coscienza. Io avevo 15 anni allora, c’era la guerra e non c’era certo da scherzare, quindi uno maturava in fretta. C’erano anche i collegamenti col movimento partigiano e quindi tutto questo si sentiva nell’aria, si sapeva. Si era anche formato un gruppetto di ragazzi di cui facevo parte anch’io e cercavamo di aiutare. L’ambiente stesso ti guidava; tutto correva veloce e tu dovevi scegliere una strada o l’altra in fretta. Certo non è che ti facessero grandi discorsi: avevi testa per capire e occhi per guardare; che l’ambiente fosse antifascista era molto chiaro. Sceglievi. Lavoravi e per forza di cose ti sentivi dalla parte di quelli che lavorano.

Ricordo che un giorno, durante gli scioperi, è venuto un rappresentante del fascismo, Bedendo, per catechizzarci e spiegarci che non era giusto scioperare ecc. perché avevano già fatto questo e quello. Ne è uscito scornato a suon di fischi.

Mi ricordo anche i due scioperi fatti coi tedeschi dentro che andavano per i reparti. Facevano la ronda col fucile in spalla e controllavano se lavoravi. Con Tonet avevamo messo dei volantini della Resistenza sotto una macchina ed era pericoloso, ma lo facevi perché l’ambiente intero ti indirizzava da quella parte. Certo c’erano anche quelli che non avevano sposato nessuna idea, i soliti che stanno sotto la stanga ad aspettare gli eventi.

Si facevano sabotaggi; bastava fare una stupidaggine: dai un colpetto e salta il pezzo, è da buttare via! Non erano azioni evidenti, clamorose, perché le cose vanno fatte in un certo modo; l’importante era che si fermasse la produzione, che ci fossero più scarti, che ci fosse meno resa.

Come fatti particolari ricordo quando sono venuti tedeschi durante uno sciopero; erano incattiviti, ma Gigio, un operaio con una bella voce, si è messo a cantare come un tenore e ha stemperato un po’ tutto: un fatto grandioso che mi fa ancora venire i brividi solo a pensarci. Questo cortile pieno di operai e i tedeschi e i fascisti che venivano a vedere. Nel pieno della tensione, questo ragazzo, che era al montaggio gruppi al piano superiore, si è messo a cantare ed è andato avanti. Ha stemperato il clima e non è successo niente. Però in quei momenti là non c’era mica tanto da ridere!

Un momento particolarmente brutto è stato quando è saltata per aria la fabbrica. È stata bombardata. Eravamo là a due passi e l’abbiamo vista saltare per aria. Hanno bombardato tutta quella zona; hanno colpito anche la falegnameria di Pinton. Era la fine del ’44, quasi alla fine della guerra. Siamo rimasti a piedi, proprio a piedi. Sono stati momenti bruttissimi.

Fino al ’43 si è lavorato perché quando suonavano gli allarmi neanche ti preoccupavi. Vedevamo che un certo Zuin, quando sentiva l’allarme, scappava via come un treno e ci mettevamo a ridere. Dopo, quando c’è stato il primo bombardamento che hanno preso l’Arcella e la stazione con tutti i morti che hanno fatto, anche noi scappavamo via come cavallette. Come suonavano, via!

Dopo abbiamo fatto la guardia perché venivano a fregarci tutta quanta la roba. Eravamo quasi sempre a casa perché c’erano bombardamenti continui. Le fabbriche non lavoravano neanche più, fra allarmi e bombardamenti.

Poi c’è stata la fase della Liberazione.

Finita la guerra la fabbrica ha ricominciato la sua attività e hanno cominciato a prendere gente, soprattutto i reduci, e hanno ricostruito. Come struttura produttiva non è cambiato niente, ma come persone sì. Non c’era più quel bel clima che c’era prima. Sono entrati tanti personaggi che te li raccomando! Si è inquinato tutto quanto. C’era anche una spaccatura al nostro interno; la sentivi nell’aria. Nel ’46 c’è stato il referendum e nel ‘48 ci sono state le elezioni; erano già tempi in cui eri classificato politicamente e quindi tra di noi non c’era più unità.

Già col referendum ci si era divisi. Il fatto che non ci sia stata una grande maggioranza per la repubblica significa che in Italia, nonostante le porcherie di casa Savoia, c’era ancora chi tirava indietro: molta gente era nata e cresciuta sotto un re e non capivano come si potesse farne a meno. Dicevano: “Come? Neanche il re vuoi?”. Adesso pare impossibile, ma allora c’erano persone che avevano fatto una vita sotto il fascismo e quindi non si può pensare che cambiassero facilmente nonostante la guerra perché 22 anni di fascismo non era facile lasciarli a casa.

In casa mia sicuramente chi poteva andare a votare è andato, però che cosa possono aver votato mi è difficile dirlo. Mio papà sicuramente non ha votato per il re, ma mia mamma forse sì. Lei ha sempre votato per la Democrazia cristiana. Mio papà era invece di sinistra, tendente al socialista. Mi ricordo sempre quando sono andato a casa con la divisa da balilla; allora ti davano la maglietta nera, la camicetta e avevi i pantaloni, i guanti alla moschettiera. Lui stava bruscando le vigne e ha detto: “Anche questa ci mancava…”. Andavo anche a scuola così: era obbligatorio.

Nel ’48 non ho votato perché non avevo ancora 21 anni, ma ero attivo in pieno, partecipavo alla campagna elettorale, a tutto: ero accanito. I risultati che abbiamo conquistato sono costati cari perché c’erano perfino i preti che dicevano che i comunisti andavano a portare via la vacca, la casetta ai contadini e sciocchezze del genere. Con questo clima, hai voglia tu! Era una cosa disastrosa, c’era una tensione altissima e siamo andati alle prime elezioni così.

C’erano anche cose vergognose: tutti portavamo a votare per noi più gente possibile, ma vedere persone in barella, che non capivano niente… C’era tanta cattiveria, l’accanimento che aveva la Democrazia cristiana con i preti, con le beghine, era roba da matti. Anche noi abbiamo portato qualcuno che se lo lasciavamo stare era meglio, ma di fronte a certe cose io personalmente mi sono sempre rifiutato. Ho fatto per tantissime volte lo scrutatore; era una cosa vergognosa, rivoltante: gente in barella, fuori dal mondo, accompagnati dalla munega o dalla beghina che volevano farli votare a comando.

È stata una battaglia all’ultimo voto; non solo quella del ‘48, ma anche quella del ‘53 è stata memorabile. Anche allora c’era un clima feroce; è stata molto sentita.

Nel ‘48 c’erano elezioni politiche libere e quindi la gente andava a votare sentendo la novità; poi erano ammessi uomini e donne: insomma c’era tutta una serie di buoni motivi perché fosse una votazione sentita.

Col sindacato ho cominciato subito, anche durante la guerra, per il fatto che facevamo scioperi e queste cose qua. Già il fatto stesso di partecipare, di versare il contributo era attività sindacale. L’attività era sul posto di lavoro.

Come Camera del lavoro, l’adesione alla Cgil c’è stata nel 1945, ma avevo già cominciato l’attività. L’adesione, la disponibilità che avevi verso i fatti nuovi che ci coinvolgevano, gli scioperi sia del sindacato che del Pci ci avevano portati ad aderire di fatto. Mi ricordo ancora le prime riunioni che facevamo qua, alla Fiom, con il primo segretario della Fiom, quando c’erano delle grosse manifestazioni alla fine della guerra. C’erano decine e decine di migliaia di persone che partecipavano a queste manifestazioni; era una cosa impressionante. C’era la ricostruzione, c’era tutto. Era il clima adatto perché uno si impegnasse, specie un ragazzino di 17-18 anni. Così sono andato alla Fiom subito; allora era poco prima di arrivare in Prato della Valle. Dopo siamo andati per un po’ in via Dante; là si discuteva in un clima incandescente.

Pesava l’orientamento politico e Franceschini, uno dei segretari, era proprio l’incarnazione diretta della Democrazia cristiana che certamente non era d’accordo con noi su alcune impostazioni. C’erano Turra, Bellucco e Franceschini, mi pare. Bellucco era per la corrente socialista e poi è rimasto qua, nella Cgil. La rottura è stata con la parte cattolica, così hanno costruito immediatamente la Cisl.

C’è stata una riunione che ha sancito la rottura. Quando sono usciti dalla riunione io c’ero; eravamo in via Dante, dove c’è il palazzo dove stava il Pci. Là sopra c’era una sala riunioni e quando si facevano queste riunioni, questi attivi, venivano dentro tutti. Si discuteva e c’era una partecipazione enorme; là ti misuravi.

A questa riunione c’è stato un dibattito forte perché c’erano due tendenze; era una cosa impressionante. La riunione si è conclusa con Franceschini che è andato via, cioè la corrente cattolica è andata via. Solo uno – non mi ricordo più come si chiamasse -, uno che faceva parte dei cattolici nel settore dei contadini, è rimasto dentro, ma è durato poco e dopo è andato via anche lui. Hanno abbandonato la sala e da là in poi ognuno per sé: noi siamo venuti qua e loro sono andati dall’altra parte; non ci parlavamo proprio e siamo andati avanti così per anni. Mai avuto un buon rapporto: sono dovuti passare anni ed anni prima che si cominciasse a fare qualche cosa assieme.

Come responsabilità sindacale alla Camera del lavoro ho cominciato quando sono andato a lavorare all’Acap, nel giugno del ‘51. In quel momento l’azienda aveva bisogno di assumere una quindicina di persone e davano prevalenza ai figli dei tranvieri. Essendo io figlio di tranviere, ho fatto domanda e l’hanno accettata. Sono passato all’Acap perché avevo più garanzie lavorative; c’era una grande crisi in giro per il mondo: nel ‘51 c’erano le fabbriche chiuse. C’era una crisi tremenda, anche alla Breda. All’Acap, invece, si aveva la garanzia del posto di lavoro. Ho fatto un periodo di tempo come avventizio perché ho avuto un inizio piuttosto brutto proprio per le questioni politiche: mi hanno tenuto quasi tre anni senza passarmi in pianta stabile. Mi avevano pure lasciato a casa perché secondo loro non avevo il carattere adatto per fare il tranviere. Ma il carattere adatto, sai per cosa? Perché quando sono venuto via dalla Breda, con la mentalità che mi ero formato, non ero certo come tutti quelli che andavano a lavorare là perché prima passavano in sacrestia. In azienda guai fare attività sindacale, guai pagare i contributi sindacali; invece io ho cominciato subito a fare la mia attività e ho pagato i contributi sindacali. Questo ha scatenato un putiferio. All’Acap, anzi, alla Saer, come si chiamava allora, andavano a lavorare solo i raccomandati dai sacerdoti.

Certo anche là c’era lo stesso un gruppo consistente di compagni come, ad esempio, Gino Beccaro. Era un gruppo combattivo. C’erano Boaretto, Beccaro, Rizzo, c’era una serie di compagni meravigliosi. Però quando assumevano un bocia – diciamo così, perché avevo 22 anni – lo volevano tranquillo. Io invece ero indocile, mi esponevo, e il primo momento che hanno potuto individuarmi, mi hanno pestato, ma pestato di brutto: mi hanno lasciato a casa. Devo ringraziare tutti quanti i tranvieri che sono insorti perché mi avevano licenziato. Motivi di disonestà non ce n’erano, c’era soltanto l’attività che facevo. Avevano detto che non avevo il carattere giusto, ma più che altro è stato questo.

Mi ricordo ancora il fatto: eravamo in stazione e c’era una filovia che faceva capolinea là. Un controllore è salito e ha fatto un’osservazione. Io, che ero seduto dietro, sul posto dei bigliettai, ho detto: “Ma cos’ha? Deve sempre rompere le scatole? Ma vada a noare coa toea”. Però non mi ero accorto che, seduti sui due sedili davanti di questa filovia, c’erano il presidente e il direttore amministrativo. Hanno scritto questa affermazione e hanno fatto rapporto. Poi hanno fatto un’inchiesta e, insomma, fatto sta che mi hanno dato una pedata nel sedere. Però, grazie a Ginetto Morato e ai tranvieri (salvo qualcuno) c’è stata una mobilitazione, con minacce di sciopero. Allora mi hanno tenuto, ma mi hanno ritardato il passaggio in pianta stabile: gli altri dopo sei mesi o un anno passavano, io ci sono andato dopo tre anni.

A quel tempo la mia attività era divisa fra Pci e sindacato. Con Gino Beccaro ho cominciato a entrare nella commissione interna; dopo sono stato messo nel direttivo dei ferrotranvieri e nella segreteria. C’eravamo io, Mazzucato, Gino Beccaro, Acciarito, Rizzo. Ci eravamo divisi anche i compiti: ognuno seguiva un settore e Gino seguiva complessivamente tutto. Uno seguiva i ferrotranvieri, un altro seguiva le autolinee e un altro seguiva il trasporto merci; io per un po’ di tempo ho seguito il trasporto merci, i camion. C’era anche Brini per la Siamic… Insomma c’era tutta una serie di compagni molto combattivi e si facevano scioperi durissimi: quando ci si impegna, ci si impegna; non c’erano mezzi termini.

A questo proposito mi ricordo che in una grossa manifestazione la Celere mi ha imbottigliato vicino al canale con una carica; te la raccomando allora la Celere… Quando ho visto che mi venivano addosso, mi sono buttato giù dal ponte, ma sono rimasto con le mani attaccate al bordo, a penzoloni. Un celerino si è accorto e da sopra la jeep, col manganello, giù a pestarmi sulle mani. Io vedevo quando partiva e spostavo le mani. Ho preso soltanto una gran botta su un dito, ma mi sono salvato; però vedessi con quale cattiveria picchiava. Mi ricordo ancora che lo vedevo sopra di me; era uno grande, un rosso con un paio di baffi rossi. Vedeva questo ragazzo attaccato al bordo e giù! Quella volta sono andati in galera due o tre di noi. Io sono riuscito a salvarmi.

Negli anni ‘50 ci sono state all’Acap una serie di battaglie, a cominciare dalla municipalizzazione. Dopo la guerra l’impostazione era quella di cercare di andare verso il pubblico. Allo scadere del contratto della Saer, le forze di sinistra hanno fatto una battaglia su questo per passare alla forma pubblica e così è stato fatto. La battaglia è stata consistente, non è stato risparmiato niente, però alla fine è passata la municipalizzazione. La controparte è stata proprio la Saer, mentre anche il Comune era dalla parte nostra.

Adesso non mi ricordo se ci sono stati scioperi perché la cosa è avvenuta prima che io arrivassi. Anzi, sono arrivato proprio nel ‘51 e nel ’52 è avvenuta, quindi questione di qualche mese e io non ero ancora ben dentro la cosa. Mi ricordo invece l’ultimo direttore della Saer: era Santi, una brava persona. Me ne ricordo tre di direttori della Saer: uno che chiamavamo Poenta e anguria, un genovese, poi ce n’era un altro e dopo c’era Santi. Santi era un ometto bello, simpatico, disponibile: questo è stato l’ultimo direttore della Saer.

Dopo è subentrato il Comune. Il primo direttore me lo ricordo fisicamente: era grande, moro. Poi ne è venuto un altro che ha tenuto la gestione per tanti e tanti anni. Era una brava persona: come tecnico, niente da dire, però come direttore era formidabile.

Alla Camera del lavoro sono entrato nel ’67, mi pare; allora nell’ambiente ero conosciuto perché ormai avevo 35 anni ed ero una figura conosciuta, che partecipava a pieno titolo alla vita sindacale dei ferrotranvieri. A livello generale, invece, c’era Giacomo Maccarone come amministratore che non stava bene e quindi la Camera del lavoro aveva necessità di trovare un sostituto. Un giorno mi ha chiamato Nalesso, dicendomi che avevano bisogno appunto di questo. Gli ho risposto che non sapevo se ero in grado di farcela, che era una cosa troppo grossa per me. Mi ha detto che secondo lui ci sarei riuscito. Allora ho chiesto di lasciarmi il tempo di pensarci sopra prima di dargli una risposta. Passati una decina di giorni, gli ho detto: “Sono anche tentato di farlo, però facciamo una prova di sei mesi. Se per caso faccio dei pasticci, cosa fai? Meglio andare calmi”.

Così ho sostituito Maccarone che, a sua volta, aveva sostituito Ampellio Bisello. Su quello che ho trovato, da un punto di vista amministrativo, non c’era niente da dire: in sostanza era stato utilizzato il metodo artigianale tipico di allora, un sistema che, alla fine, comunque ti faceva trovare le cose a posto. Dopo, però, ci siamo trovati in difficoltà perché numericamente eravamo andati a 13.000 iscritti e, dal punto di vista economico, era una cosa spaventosa da gestire: non c’erano soldi, la gente del sindacato non era assicurata, erano pagati a onsa de caparo (n.d.r. “un po’ alla volta”); proprio non potevi andare avanti così. Sicuramente Bisello è partito con una realtà, dopo Maccarone ne ha trovata un’altra e ha portato il suo contributo; io sono venuto ancora dopo e ho dovuto usare un metodo ancora diverso. Quindi ho ricostruito i bilanci in maniera più tecnica, anche se tutto quanto andava ancora registrato a mano. Allora c’era Nadia Lamberti che ha fatto tantissimo, dopo sono venute avanti Sonia e Wally, poi ancora altre brave persone. Certo le difficoltà economiche erano enormi; la passività mi pare che arrivasse a 25 milioni che negli anni ‘60 erano una vera palla al piede.

Come primo impegno, ho cercato di pagare tutti quanti i debiti e un poco alla volta ci siamo riusciti, tanto che quando sono andato via avevamo il bilancio in pari. Poi c’erano da sistemare le cose anche dal punto di vista previdenziale perché allora non era assicurato quasi nessuno. Qui occorreva cominciare mettendo le prime pietre, dandoci un programma per cui ogni anno veniva sanata una parte. I primi da mettere a posto erano naturalmente quelli più anziani. Soldi non ce n’erano o ce n’erano pochi, le categorie erano quello che erano, non c’era una centralizzazione; i soldi te li davano quando li avevano.

Comunque abbiamo cominciato a metterci in moto. Dicevo ai compagni che non era possibile non avere un fido. Allora abbiamo battuto tante strade; a furia di cercare, a mezzo di Angelo Borin, che conosceva il direttore generale della Banca Popolare Veneta, siamo andati là. Mi ricordo che siamo andati da quest’uomo e gli abbiamo detto che non avevamo niente da offrire, solo la nostra rispettabilità; niente di solido. E allora lavora e lavora, insomma, mi ha dato un fido di tre milioni, più uno sconto cambiali di due milioni. Con quello abbiamo cominciato ad affrontare i problemi con più tranquillità. La fine del mese era sempre un dramma, perché se non avevi i soldi era un problema, ma con il fido, con le cambiali, con questo e con quello, riuscivi a girarti e alla fine del mese non andavi in barca. Uno dei primi obiettivi che mi sono posto era quello che a fine mese la gente che lavorava venisse pagata: proprio per principio, ho sempre detto che il 27 del mese deve essere garantito a tutti. Finché sono rimasto penso che non sia mai mancata questa cosa.

Mi ricordo che la prima una busta paga proprio regolare l’ho fatta fare da Antonio Lucenti. L’abbiamo proprio ideata perché prima davi un pezzetto di carta, una carta da formaggio. Allora ho detto: “No, devono sapere cosa pagano, devono sapere che cosa c’è”. Dopo tutti i conti correnti hanno fatto riferimento alla Banca Popolare Veneta. Tutte le operazioni bancarie facevano capo a loro, ma c’era anche una ragione: le altre banche ci avevano chiuso la porta in faccia. Nel ’70 chi ci ha aperto le porte è stata la Popolare. Pian piano abbiamo raggiunto uno stato di fiducia e quando magari si accorgevano che eravamo scoperti chiamavano e mi dicevano: “Pulliero, piange!”. Rispondevo: “Quanto posso stare fuori? Un giorno, due giorni, tre, quattro giorni?”. E sistemavamo.

Come amministrazione ho fatto diversi anni, ma dopo arriva per tutti il momento di cambiare, di farsi da parte. Così, per un breve periodo, sono passato all’Etli. Dopo però si è creata la necessità di mandare qualcuno in un settore particolare: quello degli attrazionisti viaggianti, in sostanza i giostrai. Così sono andato là. Dico la verità: è stata un’esperienza veramente bella. Era gente qualche volta difficile, ma con un gran cuore. Quando ti avevano accettato, ti aprivano tutte le porte. Così ho potuto constatare di persona quanti luoghi comuni ci siano su di loro. Certo, non sono tutti santi, come dappertutto, ma la grande maggioranza è sana. Il fatto che facciano una vita diversa dalla stragrande maggioranza delle persone non dovrebbe autorizzare ad avere dei pregiudizi. Sì, è stata una bella esperienza, senza dubbio.

Con questa, poi, ho chiuso la mia attività perché intanto ero andato avanti con le primavere.

Parlando delle persone che c’erano quando sono entrato in Camera del lavoro e che adesso non ci sono più, prima di tutto mi viene in mente Parisina Lazzari. Eh, madonna, era veramente una brava persona: schiva, modesta, con un cuore grande come una casa. Mi fa ancora sorridere pensare che non bisognava proprio chiederle in che anno è nata perché non lo diceva mai; io sapevo che era del 1905 solo perché erano dati che passavano per l’amministrazione. Quando sono arrivato lei c’era già: è nata e cresciuta nella Cgil. Era figlia di un tranviere e per quello era venuta qua, nei tranvieri. Parisina è stata portata in un campo di concentramento, ma se l’è cavata. Al rientro è venuta qua. L’ho trovata con i ferrotranvieri quando ho cominciato l’attività sindacale, ma era già qua anche quando venivo da ragazzino con la Fiom. Aveva un cuore grande come una casa, non si può dire che bene di lei. Quando ero ai ferrotranvieri era là in ufficio, faceva i conteggi e mi pare che la Camera del lavoro le affidasse anche delle commissioni in Provincia, con la Prefettura. Era una persona di grande sensibilità. Aveva un ruolo d’ufficio, ma era un’istituzione, la Parisina.

Nei ferrotranvieri c’era poi Basilio Rizzo, prima alla Saer e dopo all’Acap. Era un personaggio sanguigno. Oh, era una lingua tagliente; è stato il primo segretario dei ferrotranvieri. Beccaro lo ha poi sostituito. Basilio abitava vicino a casa mia.

Nella Fiom c’era Gino Ferraretto, ma è venuto dopo. Ferraretto era splendido. Era un ottimo compagno, un socialista, ma bravo. Abbiamo fatto una vita insieme, era una brava persona.

Poi ricordo Egidio Lorenzoni. C’è stato un gruppetto di persone che prima erano nella Federazione giovanile comunista; in seguito alcuni sono rimasti con il partito e altri sono passati alla Cgil. Lorenzoni è stato uno di questi ultimi.

Nell’Alta Padovana, invece, è sempre stato tutto molto difficile. Là c’era Foco e dopo è venuto avanti Meneghetti. Brava gente, ma si faceva davvero tanta fatica, tant’è vero che numericamente ci saranno stati 2000 iscritti in tutto.

Nella Bassa Padovana le cose andavano invece diversamente e si è formato un bel gruppo. C’era Piero Cortellazzo: una brava persona, una persona capace. Dopo è andato nella direzione del partito, ma non so se ha fatto bene; forse se stava alla Camera del lavoro era meglio. Là ha subito tutti quanti i travagli di quei periodi e non ha retto; è stato fatto fuori, insomma. Me lo ricordo ancora in una delle manifestazioni dei braccianti; era alla loro testa: una cosa indimenticabile! Un Che Guevara in rosso; una cosa! Aveva un grande seguito, aveva carisma; per la Bassa Padovana, per i braccianti, Cortellazzo è stato una bandiera. Penso che se ci sono ancora dei vecchi fanno anche adesso le lacrime a pensare a quest’uomo. Era veramente bravo, un autentico capopopolo; non poteva esserci scelta migliore quando è stato fatto segretario della Camera del lavoro per sostituire Turra. Aveva un grande seguito; è venuto portato sulla cresta dell’onda: con tutti gli onori insomma!

Poi c’era Agostino Barbierato che è morto due anni fa; un altro capopopolo dei braccianti molto seguito nella Bassa Padovana e nella zona di Agna. Più avanti è venuto qua su ed è stato co-segretario dei braccianti con Angelo Borin. Era una persona squisita: serio e bravo, bravo proprio. Coerente anche quando è andato in pensione; si è ritirato in bellezza, senza una polemica, anche se è andato via amareggiato anche lui perché, purtroppo, non è raro andare via amareggiati da questi posti.

A Conselve c’era invece Quistelli. La Bassa Padovana era divisa: a Monselice c’era Palfini, ad Este c’era Pradella, a Conselve Quistelli. Dopo di loro c’erano i capilega e i braccianti. Quistelli è stato uno dei fondatori del movimento bracciantile; era anche lui un capopopolo, uno di quelli che nella Bassa hanno fatto storia, uno dei pilastri, insomma.

Ricordo poi Mario Romanato: lo vedevi con il tabarro, era un signore; è anche stato sindaco di Ospedaletto due o tre volte. Anche lui era con i braccianti, ma là si dividevano un po’ tutti gli incarichi perché c’era una serie di compagni che avevano più o meno tutte le responsabilità. Alcuni facevano parte dei braccianti, altri di categorie diverse. Tra loro c’era chi faceva l’Inca, chi faceva altro, ma era quel gruppo che girava sempre perché, in sostanza, nella Bassa chi c’era? C’erano Quistelli, Romanato, Dino Santi, Barbierato, Pavan, Gobbo su a Montagnana; c’erano Matroian, Gazziero, Sante Palfini… Insomma, un 15 o 20 persone che erano tutto. Facevano dall’Inca a tutto quello che c’era da fare; erano loro i cardini del movimento, quelli che l’hanno fondato e che hanno tenuto in piedi l’attività nella Bassa Padovana per tanti anni. Era quello il gruppo forte. Era un’organizzazione salda perché le piccole Camere del lavoro come quelle di Este, Monselice, Montagnana, Conselve erano delle piccole entità, ma erano i gruppi che hanno tenuto in piedi tutta quanta l’organizzazione della zona perché là era grosso il movimento bracciantile e, di conseguenza, anche il sindacato ha avuto in loro un punto di forza per diversi anni.

Questo storia è stata scritta da Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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