Florinda Bortolami – Rubavamo un po’ di verdura nei campi per mangiare

”Bisogna che tu vada a lavorare e che la molli di andare a scuola.” Invece i miei fratelli hanno fatto in tempo ad andare a scuola e hanno imparato…

Sono nata nel 1920 a Roncaglia di Ponte san Nicolò. Adesso sto a Rio. Sono venuta qua da dopo sposata. prima stavo a Roncaglia, in una casa vecchia che è stata buttata giù. Mio papà si chiamava Ferruccio e la mamma Maria. Come fratelli eravamo io, Aldo e Guido. Quando ero a Roncaglia a casa c’eravamo solo noi della famiglia.

Papà Ferruccio faceva l’operaio dove facevano i treni, alla Stanga. La mamma era casalinga e faceva opere per le case. Più che altro andava sui campi a lavorare, anche a lavare dalle famiglie, come sono andata anch’io. Andava da Pengo che era una famiglia molto grande. Avevano terra loro. Mia mamma, poveretta, andava a opera quando la chiamavano. Portava a casa un quartiero di farina alla sera; una volta si diceva così. Ma per fare la polenta ci voleva anche la legna. Così altri le davano una fascinella di legna sotto il braccio per cuocere la farina; allora veniva a casa a fare da mangiare a me e ai miei fratelli che eravamo in tre. Ha lavorato un sacco e non ha mai avuto niente. Anch’io ho lavorato fino all’altro giorno se ho voluto ottenere almeno la pensione minima. ”Non devi vergognarti. Bisogna andare a rompere le scatole”, dicevano una volta, “così ottieni qualcosa, sennò non ottieni niente.” Invece io mi accontentavo piuttosto di fare un mastello di roba dai Micheloni che mi davano cinque franchi. Era un’altra famiglia numerosa. Non stavano male. Erano due vecchiotti e lei, poveretta, non era capace di lavare al mastello; allora mi ha domandato. Cinque franchi mi davano, e lavavo di quei mastelli così. Siccome ero piccola, e lo sono ancora, mi toccava mettermi delle pietre sotto per alzarmi e arrivare al mastello. Crede che abbia fatto la bella vita?

In famiglia andavamo a fare la spesa da Romagna che è morto. Era un grande negozio; andavamo là in debito, con il libretto, e notavamo. Alla fine del mese, quando prendevamo quei quattro soldi, bisognava che glieli portassimo. Così, tra gli alimentari, la legna (andavamo a prendere la legna a Voltabarozzo), andavano via tutti i soldi. La roba ce la davano a noi perché eravamo conosciuti. A fine mese, però, bisognava pagarli se volevamo che continuassero a darcene ancora. E avanti così.

A quell’epoca, a Roncaglia, là vicino, le persone che stavano un po’ meglio erano i Chicchi, ma erano anche loro in una camera. Altri erano in una camera e avevano un pezzetto di terra, ma niente di più. Non c’era niente. I Crescente invece c’erano già, ma sulla strada grande, non sulla stradella. Qui c’era gente che doveva lavorare per andare avanti.

Io stavo all’inizio di Roncaglia. Negozi di alimentari proprio lì vicino non ce n’erano. Andavo sempre a Roncaglia dove era Romagna una volta, ma non so come si chiamassero.

A scuola sono andata in quelle di Roncaglia, quelle vecchie che sono ancora in piedi. Sono arrivata fino alla terza; dopo mi è toccato andare a lavorare, caro! Eccome che mi mandavano mio papà e mia mamma! Bisognava che portassi a casa quei quattro soldi perché avevamo i debiti da pagare.

Per le maestre che ho avuto a scuola bisogna che ci pensi. Credo siano già morte, non ricordo… Ho avuto, mi pare, una Luigia Crescente. Anche il maestro Gabriotti me lo ricordo. Non era cattivo. Se proprio non capivi niente era cattivetto, altrimenti… Comunque, caro mio, io non ho imparato niente del tutto! Cosa sono contati quei due-tre anni? Niente. Perché dopo mia mamma ha detto: ”Bisogna che tu vada a lavorare e che la molli di andare a scuola.” Invece i miei fratelli hanno fatto in tempo ad andare a scuola e hanno imparato.

Finita la scuola sono andata subito alla Ingap; il primo lavoro è stato là, al Bassanello, alla fabbrica dei giocattoli. A trovarlo è stato mio papà: domandava qua e là e finalmente è saltato fuori. Era prima della guerra. All’Ingap avevano messo le marchette, ma erano scarse. Ti mettevano solo mezza giornata; facevi otto ore e te ne mettevano quattro. Capisce? In quella fabbrica lavoravamo in tanti. Era molto grande e c’erano tante persone prima della guerra. Bisognava montare e smontare i giocattoli, come quelli che hanno oggi i bambini. Non era un lavoro da ammazzarsi: si lavorava e ti guardavano, ma non era male.

In tempo di guerra lavoravo là con un’amica che è morta; partivamo da Roncaglia a piedi e andavamo fino al Bassanello per l’argine, con vento, pioggia e neve. Una volta, se non stavamo attenti, col vento e la neve andavamo giù. Avevamo due fettine di polenta in una pezza, non mi vergogno a dirlo, e un po’ di aringa o sarde, o sennò fichi. Quello era il mangiare di mezzogiorno fino alla sera che venivi a casa. Mangiavamo dentro la fabbrica. Cominciavamo alle otto, ma bisognava che andassimo via presto da casa. Dovevamo partire alle sei e mezza, ma bisognava che camminassimo perché da Roncaglia ad andare al Bassanello era un bel pezzetto di strada. Finivamo alle cinque e mezza-sei. In estate andavamo bene perché era chiaro e ci vedevi ancora bene, ma d’inverno… Certi inverni c’era solo da avere paura a tornare a casa…

Ai giocattoli ho lavorato una ventina d’anni e più! Finché ha chiuso. Dopo che hanno chiuso sono andata da Montesi; non avevo mai visto la terra e sono andata a lavorare là. Oltre a Montesi c’erano gli Schiavolini e anche da loro ho lavorato parecchio. Ho dovuto per forza cercare di qua e di là. Quando ha chiuso la Ingap mi hanno accettato a lavorare la terra anche se avevo detto che non lo avevo mai fatto. Ho detto: ”Ma io non ho mai lavorato la terra.” Mi hanno detto: ”Fa niente, Florinda; tu stai dietro agli altri. Fai quello che fanno gli altri.” Così sono stata un po’ di anni anche là. Ma dopo la guerra questo.

Più avanti hanno chiuso anche là. Allora a casa di nuovo! Ma a casa non potevo stare, perché come facevo? C’era mia mamma, vecchiotta e sola che stava a Roncaglia; me l’ero portata qua per starle dietro perché mio papà era morto. Una buona persona le è stata tanto dietro perché hanno visto che io ero costretta ad andare a lavorare: me l’ha tenuta Maria Scarsi, la mamma di Primo, una buona persona che mi voleva bene. Di quella donna posso dire sempre bene perché veniva qua da mia mamma e mi portava sempre qualcosa. Mi diceva: ”Florinda, porta pazienza. Vedrai che tua mamma prima o dopo la mettiamo via. Era vecchiotta, io a casa non potevo stare perché bisognava che andassi a lavorare per i miei ragazzi. Taci che il Signore ha fatto che dopo me l’ha messa via. Così sono andata a lavorare da Scarso.

Prima c’era la guerra; me la ricordo bene la guerra, sa? Pensi che ho anche dovuto andare sottoterra… Vicino alla Maria avevano scavato dei sotterranei, una buca; di sopra avevano messo delle tane con degli scatoloni e ci rifugiavamo là sotto quando c’erano i bombardamenti. Avevano fatto un rifugio insomma! Come un vero rifugio: una grande buca e tutte le famiglie lì vicine andavano là sotto. C’era anche il povero Toni Buso, quello che aveva la fabbrica di borse; dopo è morto. Questo posto era in centro a Roncaglia, dove c’era un campo; avevano fatto una buca larga. Restavamo là sotto; quando sentivamo da casa che arrivavano le bombe uscivamo e andavamo lì.

In tempo di guerra ci sono stati bombardamenti. Come ce ne erano qua da noi, ce n’erano anche per di là. Sentivi le bombe: anche troppo le sentivi… Madonna! Mi toccava correre di qua e di là. Se eravamo dentro in fabbrica correvamo fuori, andavamo per la strada, di qua e di là. C’erano rifugi, ma erano provvisori.

Ho fatto una vita, caro, che dovrebbero almeno raddoppiare i pochi soldi che prendo!

Mio fratello è stato in Russia, ma non mi ricordo quando è partito. Neanche quando è cominciata la guerra. No, proprio non mi ricordo. Tedeschi ce n’erano e c’erano anche quelli che andavano in giro per le case a nascondersi. Come dai Pasquetto, nella casa qua. Volevano prenderli. I tedeschi giravano. Non era cattiva gente. Per fortuna non è successo niente di brutto qua attorno: bombardamenti, gente uccisa durante la guerra… No, che sappia io no. Però mi hanno parlato di un campo dove tenevano dei prigionieri inglesi. Sarà stato sui campi dei Montesi. Facevano i casotti in mezzo e si ritiravano là dentro.

I partigiani non li conoscevamo: era sempre gente che veniva da fuori; facevano pena alle famiglie e così li accoglievano.

Durante la guerra andavamo a prendere da mangiare con la tessera. Anche per prendere il pane, tutto! Partivo da qua e andavo a Casale, ai mulini, per farmi dare un chilo di farina. Perbacco, se volevo mangiare! Oppure andavo anche qua a Ponte, ma non ne avevano sempre e allora bisognava che girassi. Pane se ne trovava poco. Era quello scuro. Non era cattivo, a dire la verità, ma nemmeno buono. Bisognava girare con la tessera. Il cibo bisognava farselo bastare. Sa cosa?

Rubavamo un po’ di verdura nei campi per mangiare: verdura verde o fagioli, quando ce n’era.

C’era anche gente che faceva contrabbando o mercato nero. Di tutto c’era; si era costretti per mangiare. C’era gente che aveva roba e avevi la fame intorno; gli davi quello che ti domandavano. Tutto era caro.

Durante la guerra è stata dura. Molto dura. Io avevo vent’anni, suppergiù. Venticinque insomma. Lavoravamo tutta la settimana, anche il sabato, ma mezza giornata e la domenica eravamo liberi. La domenica stavamo a casa.

Mi sono sposata dopo la guerra, ma non ricordo l’anno quando sono venuta qua. Quando mi sono sposata sono venuta ad abitare dai suoceri. E dove vuole che sia andata, caro: qua sono stata! C’era la mamma di mio marito che era vecchiotta; suo papà era morto, io non l’ho mai conosciuto. Sono venuta qua dopo la guerra e ancora sono qua, in questa “villa”. Allora era un po’ meglio, sa…

Poi mi è mancato il marito; è morto in un incidente. Aveva il motocarro e correndo per la strada è andato dentro una buca; il motocarro è saltato, ha sbattuto la testa ed è morto sulla curva di Schiavolin. Io l’ho saputo dopo, me lo ha detto Nino Schiavolin. Avevo i bambini piccoli quando è successo; era appena finita la guerra. Walter aveva appena sei anni e mezzo. La bambina aveva dodici anni già fatti e aveva cominciato ad andare a lavorare come apprendista.

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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