Egidia Bortolami – Si viveva, ma miseramente

Abbiamo passato la guerra che è stato un periodo molto critico. Non vorrei più ricordarmi. Io ero a casa e i miei fratelli andavano a lavorare. Io, con la bicicletta, con la tessera, andavo a prendere la legna, andavo a fare la spesa; in coda a prendere la carne. È stato un periodo brutto. Io sono nata a Rio nel ’27. Pensi a quanti anni ho.

Sono nata quando mio papà era andato in America. Si chiamava Ottavio. L’ho visto la prima volta quando avevo dieci anni. Quando avevo tre anni mi hanno portata dalla nonna paterna e sono andata a casa che avevo dieci anni. Mio papà era emigrato in America. È andato per lavorare, perché fare il falegname era un mestiere povero, da prendere poco. Visto che non andava tanto bene è partito. È rimasto via dieci anni. Quando è tornato a casa è venuto con un po’ di soldi e ha fatto la casetta davanti a via Schiavon, in via Piave. E come è stata fatta è ancora, perché più di quello non si poteva fare.

Quando mio papà è tornato si è ammalato e a cinquantasei anni è morto di tubercolosi. Allora non era tanto conosciuta e così è morto. È stato dopo la guerra, questa ultima, nel ’58. Quando è tornato a casa non ha più fatto il falegname: andava al mercato a vendere merce di vario genere. Aveva un portapacchi davanti e uno dietro e andava a guadagnarsi qualcosa perché quello che veniva in casa non era abbastanza. Non aveva articoli precisi che vendeva: comprava e vendeva quello che capitava. Mi pare che andasse sotto la Scavessà a prendere la roba. Sa dov’è? In piazza Capitaniato. La comprava per poco e poi la vendeva magari per qualcosa in più. È stata una vita dura per tutti: prima e anche dopo.

La mamma si chiamava Pasquetto Romana. Andava a servire. Era donna di servizio e poi, dopo, ha trovato da lavorare come infermiera; faceva servizio in ospedale. I miei fratelli stavano crescendo e ci si arrangiava in qualche modo. Avevo una zia che andava al mercato coperto e loro andavano nei campi a trovare qualcosa; si andava ad esempio a rosoe, si andava a pissacani e così si tirava avanti alla meglio. Uno di loro è morto, ma noi siamo ancora qui. Come fratelli eravamo quattro sorelle e un fratello più vecchio. Io sono la terza; ce n’è un’altra più giovane, perché al ritorno di mio papà dall’America hanno comprato un’altra ragazza e allora siamo quattro ragazze; il fratello più vecchio è morto.

La nostra casa a Rio era dopo il cimitero; alla fine della strada, in via S. Antonio. Eravamo scomodi: fuori dal centro e dalla chiesa, dalla scuola e da tutto. Abitavamo là da prima della guerra. C’erano il nonno e la nonna, i genitori di mia mamma, i Pasquetto. I nonni avevano terra, tre campi: allora con tre campi si aveva il necessario per vivere. Avevamo il latte… Quella era la vita. Non c’era tanto.

Là abitavamo solo noi con i nonni. C’erano anche altri fratelli, ma tutti sposati. La casa era grande. In tempo di guerra i fascisti l’hanno bruciata. I miei nonni erano anziani e c’erano gli inglesi al ponte, da Montesi; quando li hanno aperti, qualcuno si è rifugiato in quelle case là. Uno è andato dai miei nonni. Gli accendeva il fuoco, faceva anche da mangiare. Si sentiva l’odore del mangiare che stava facendo per loro. I fascisti hanno bruciato tutto. C’erano tanti fascisti; volevano gli inglesi rifugiati. L’inglese era un militare scappato. Li tenevano da Montesi. Montesi era una grande azienda della zona. Era un’azienda agricola con parecchi mezzadri sotto. Ma credo che siano morti tutti quelli là.

Non so quanti fossero gli inglesi, perché dicevano che erano tanti dentro l’azienda. Si sono rifugiati lì e non so come gli portavano da mangiare. Penso che Montesi lo sapesse e cercasse di aiutarli. Erano prigionieri inglesi che si erano nascosti nell’azienda. Poi, alla Liberazione, credo che siano andati a casa quasi tutti. I miei nonni avevano la terra confinante e allora gli inglesi passavano; con l’andare del tempo hanno fatto amicizia con questi due anziani. Non è stato niente di male: per dargli un piatto di minestra… Come lo hanno saputo i fascisti non lo so. Sarà stata una spia. Anche perché non c’erano solo da mia nonna, ma anche da altre famiglie, nascosti; dopo, pian piano, sono andati a casa. Poi sono venuti questi fascisti e hanno bruciato tutto. Vicino alla casa di fianco c’era il fienile; era tutto di legno e ha preso fuoco subito. Le case di una volta non erano come quelle di adesso.

Se sia venuta della gente del posto a bruciare la casa non lo so: è stato di notte e non li abbiamo visti. Per fortuna noi non abitavamo più là. Noi abitavamo già a Roncaglia. Non so se mio fratello abbia saputo, perché era uno che non stava in casa e camminava a destra e sinistra. C’erano i nonni, ma si sono salvati. Comunque la casa c’è ancora.

Le case dei vicini non erano molto attaccate. Ce n’erano diverse. I vicini più attaccati erano i Canova. I Canova erano in due o tre famiglie; poi c’erano Schiavolin, Zulian, che era un po’ interno, ma sempre attaccato ai campi di mio nonno. Poi sulla terra di mio nonno c’erano altre due famiglie, cioè i figli di mio nonno, i miei zii.

Gli Schiavolin avevano campi e bestie e vendevano latte; andavano a tirarlo su e anche a portarlo via. I Canova andavano a lavorare; uno faceva il fornaio. Degli Zulian non ho idea perché la terra che avevano non bastava per vivere e so che i figli lavoravano, ma non so di preciso cosa facevano. Gli Schiavolin vendevano il latte loro. Penso solo il loro. Avevano diverse bestie. Andavano con un carretto, coi suoi bidoni alti, e facevano il giro per Padova. Si erano fatti il giro.

Prima della guerra, prima di arrivare in centro a Rio, arrivando dal cimitero, c’erano i Penghi, una famiglia grande che c’è ancora. Poi c’era Scarso, quello dei polli, che c’era anche allora. Aveva già, in piccolo, la stessa azienda.

Dal cimitero alla chiesa, venendo da Scarso, in centro a Rio, c’era un gran fosso in mezzo alla strada, come qui davanti; era anche un pericolo. La strada portava dritto in chiesa. Adesso fa tutto il giro di Rio.

In centro c’era la scuola che è ancora là. Dopo c’era un’osteria che vendeva anche generi alimentari. Si chiamavano Miolo, se non ricordo male. Anzi, no; si diceva: “Andiamo dal Campanaro, perché là troviamo tutto”; i Miolo abitavano invece vicino alla chiesa. Quindi c’erano osteria, gioco di bocce e casoin; dopo c’era la chiesa.

A Rio le persone più in vista a quel tempo non avrei proprio idea di chi erano. Forse Canova. Non quello di cui parlavo prima. Un altro che andava col latte e aveva una bella casa e parecchie bestie. Non era nemmeno parente di quelli che le ho detto prima; questi erano veramente benestanti, però non so quanti campi avesse. Poi c’era Cavestro che stava bene: aveva una bella stalla e delle bestie. Erano benestanti, erano quelli che stavano meglio. Ma non c’erano tanti, almeno che conoscessi io.

Il parroco era don Luigi. È stato lui per tanti anni. Era un prete tanto alla buona. La gente lo vedeva bene, sì. Anche se c’era un poco di tutto: non si può piacere a tutti in questo mondo.

Il podestà a quell’epoca… Veniva con la carrozza a cavallo; veniva da Padova, dove abitava, ma non ricordo il nome.

Il medico invece era Cattaneo. Era lui per tutto il comune, anche in tempo di guerra. C’era lui. Era abbastanza rigido, perché era padrone lui; non ce n’erano altri. Dopo di lui è venuto Colicelli, parecchio dopo. Al dottor Cattaneo, quando arrivava, non gli si dava niente. Mi ricordo che gli si preparava un catino e un asciugamano per lavarsi le mani, ma nient’altro. Catino e asciugamano sempre puliti per lui solo.

Anche la levatrice era comunale; andava nelle famiglie. Non ma ricordo chi era perché non ho comprato tutti i figli a casa. Prima è venuta sua mamma che si chiamava Rampin Albina. Poi è venuta la figlia; l’ultimo figlio l’ho comprato fuori, ma gli altri in casa e dopo Rampin Albina è venuta sua figlia. Come persona era buona. Non ce n’erano di uguali; ce ne sono state altre, ma brave come lei nessuna.

A scuola sono andata a Rio; la scuola che è ancora là. Ho fatto la prima e la seconda e poi sono venuta a Roncaglia. Per le maestre dovrei guardare le mie pagelle. Ricordo Gabriotti, che era il maestro, e la maestra Alverà. La maestra Alverà era severa e anche Gabriotti era severo. Erano due persone che ci vorrebbero anche oggi per tanti. Il maestro aveva sempre la bacchetta pronta sul banco, perché quando non si faceva tanto bene dava sulle mani sia ai bambini che alle bambine. Gabriotti era a Roncaglia, ma i maestri giravano perché c’erano i turni per andare a scuola. Anche a Rio.

In classe, che io mi ricordi, del ’27 ce n’erano pochi. Quando mio papà è arrivato, nel ‘38-’39, io ero dalla nonna, so che andavo alla scuola elementare. Allora non c’erano le medie e io ho fatto fino alla terza elementare perché dovevo restare a casa a far da mangiare per la famiglia. A Roncaglia sono passata che avevo dieci-undici anni. Poco prima della guerra.

Che è scoppiata la guerra l’ho saputo nel ’41, ma non ricordo bene come. Non so chi me l’ha detto. La gente non era preoccupata all’inizio. Io ero anche giovane e non capivo. I più vecchi, invece, erano preoccupati e anche tanto. Poi abbiamo cominciato a prendere le cose con la tessera ed è stata dura. Un tanto ogni giorno di pane, una volta alla settimana in macelleria…

In tempo di guerra, con mia mamma e i miei fratelli, eravamo già a Roncaglia in una casa per conto nostro. Eravamo in via Piave. Venendo da Voltabarozzo, andando verso Roncaglia, si vedevano solo campi. C’erano diciotto-venti campi; mi ricordo che ci lavorava Toson. Era tutta campagna. La villa di Crescente c’era già; la chiesa era a tre-quattrocento metri. Non so se i Crescente erano originari di Roncaglia. Abitavano là durante la guerra e avevano diverse proprietà. Non avevano figli; erano solo marito e moglie, senza figli.

Noi eravamo in via Piave, più verso l’argine. Allora lo stradone che porta a Ponte San Nicolò c’era già: c’è sempre stato. Di fianco alla strada c’era il tram che arrivava a Piove di Sacco; partiva da Padova, a Santa Sofia. C’erano platani dalle due parti e dopo, in tempo di guerra, li hanno tagliati; facevano ombra nella strada e li hanno tagliati per scaldarsi e far da mangiare. E’ stata la gente del posto, di notte…

Il tram passava proprio davanti a Crescente. La chiesa era sulla sinistra, venendo da Padova. Dove è oggi: è sempre stata là. C’era un po’ di piazza, ma niente osterie o negozi. Bisognava andare a Roncaglia per questo. C’erano l’osteria dalla Cincia e da Rampin; Rampin sarebbe l’osteria dove adesso ci sono i cinesi. Poi c’era Palazzin; sempre sotto Roncaglia. Palazzin era a sinistra e gli altri sulla destra. Come negozi c’erano Romagna che era un casoin e aveva anche l’appalto delle sigarette, del sale e dei tabacchi. E un altro era alla Volta. A Roncaglia non c’era proprio tanta gente. Si è sviluppata dopo.

A quell’epoca il parroco a Roncaglia era don Angelo Scapin. Era non tanto… un po’ rozzo. Erano come i tempi che c’erano. Era autoritario. Mi ricordo un particolare: avevo il figlio più vecchio che era sempre stato matto per il pallone; andava in chiesa, andava a dottrina, ma lui voleva che andasse anche alle funzioni. Invece lui andava in patronato ad ascoltare le partite con i suoi amici. Un giorno il parroco mi dice che quel toso non capisce niente. Io gli ho detto che l’avrei detto a suo papà; ma come si fa a dire così di un ragazzo che andava sempre a dottrina e a messa?

Durante la guerra c’è stata una bomba proprio qui dietro, sulla terra nostra. È esplosa, ma non ha fatto danni. Se faceva danni buttava giù la casa. Ma i più vecchi dicevano che faceva danni se cascava sulla strada. Invece è caduta dietro, in mezzo a un campo. Non è stato Pippo. Quello che le ha mollate qui è quello che le ha mollate anche a Terranegra; là ci sono stati tanti morti. Era proprio un aereo da bombardamento. Non era Pippo.

Durante la guerra c’era parecchia miseria qui attorno. Si viveva, ma miseramente. Mangiavamo con la tessera e in più avevamo un pezzetto di terra. Dopo si arrotondava con quello che guadagnava mia madre. Si viveva discretamente. Al mercato nero noi non abbiamo mai preso niente. Ci arrangiavamo con quello che avevamo. Avevamo frumento e con la farina del frumento si andava al mulino, ce la cambiavano e si faceva la polenta, il pane e quello che era necessario.

Di tedeschi non so se ce n’erano tanti qui in zona. Si sono visti durante la ritirata, per quello che mi ricordo. Non so dalle altre parti.

In paese comandava il podestà che aveva i suo segretari. Una volta non c’erano tanti impiegati in comune come oggi: c’era un impiegato unico che era Tonetto. Il podestà era Turcato; era lui il padrone che amministrava tutto. Aveva beni, era una persona molto in vista. Come era considerato in paese non saprei: non dico né sì né no. Sono sempre stata in famiglia: casa e chiesa.

Durante la guerra non ci sono stati scontri. Qui era tranquillo; più di adesso. Adesso siamo meno sicuri. Partigiani ce n’erano, ma sono tutti morti. Ce n’era anche uno da Roncaglia, mi pare, ma lo hanno ucciso. Poi ce n’era uno a cui hanno intitolato una strada: Antonio Norbiato. Lo hanno ucciso all’ospedale perché là i partigiani fermavano i tedeschi e un giorno sono stati uccisi tutti. C’era una fila di morti e c’era Norbiato, un ragazzo giovane; suo zio era il dottore. Ha ascoltato gli altri: è andato lì e lo hanno ucciso. Poi c’era anche uno dei Campanari, dei Ruzza, un altro partigiano di Roncaglia; abitava nella casa vecchia in mezzo alla strada stretta. Avevano un soprannome come famiglia: i Campanari. E’ perché sono venuti da Terranegra e lì i parenti di mio suocero facevano i campanari. Invece noi, come Bortolami, ci chiamavano i Marcati.

A quei tempi di partigiani ce n’erano diversi qui a Roncaglia, ma adesso non mi ricordo. Si sono comportati bene. Da quello che so io non si sapeva neanche che fossero partigiani; si è saputo dopo la guerra. A parte Norbiato che era giovane e si è fatto prendere. Tutti gliel’avevano detto: “Non andare, non andare!”

Per la fine della guerra se le dico qualcosa le direi una bugia: proprio non mi ricordo. Non ho visto gli americani. È finita e basta. Ho solo sentito che la guerra era finita. Non avevamo né radio né televisione; non avevamo niente. Qualcuno aveva la radio, ma noi non andavamo in casa degli altri.

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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