Bruno Boccon – Noi siamo sempre stati mezzadri

Allora ha preso un moschetto e ha ucciso la ragazza. L’ha uccisa. Quella volta là ha fatto una cosa… Ammazzare la ragazza perché ti ha detto così… Eri a casa sua, sei andato tu là…

Sono nato a Roncaiette l’1 giugno 1920. Mio papà si chiamava Eugenio e domani sono cinquantadue anni che è morto. Faceva il contadino; lavorava come mezzadro. Nella terra che lavoravamo, come padroni, prima c’erano i Corinaldi, ma dopo hanno venduto. Ha preso Centanin. Dopo dieci-undici anni anche lui ha venduto e ha comprato Croatto, quello delle cartiere.

Come mezzadri davamo metà raccolto. E quando morivano le bestie, come è capitato un anno che sono morte due volte, eri a carità, non avevi più niente. Eravamo a carità di tutto.

Dopo Croatto è venuto Carraretto e siamo rimasti mezzadri anche con lui. Quando dovevamo portare la roba al padrone, ancora con Centanin, la portavamo nel granaio grande. Tenga presente che dopo, con Carraretto, hanno fatto l’ammasso: undici-dodicimila quintali di roba portavano qua, altro che scherzi! Anche sedicimila dopo. Portavamo in barca il frumento, il granoturco. Allora di camion ce n’erano pochi.

Noi siamo sempre stati mezzadri. In principio eravamo pochi, in sette-otto, ma dopo siamo arrivati a essere in quarantasette. C’erano diciotto ragazzi che dormivano in granaio, senza finestre, coi sacchi… C’era una cucina unica per tutti, senza porte. I primi che arrivavano prendevano un cucchiaio, gli altri no. C’erano pochi cucchiai e anche poche forchette. Da Centanin la casa era grande abbastanza. C’era anche la stalla.

Mio papà era figlio unico; i suoi sono morti quando aveva otto anni. Allora suo zio l’aveva preso come fioeo de anima, noi diciamo così. Noi eravamo in cinque fratelli. Come fratelli ce n’era uno solo più grande di me, del ’26.

In tempo di guerra siamo andati in quattro a fare il militare e in quel periodo hanno ucciso mia madre. Sono stato militare per cinque anni. Sono partito nel marzo del ’40 – l’11 marzo – e dopo tre mesi eravamo via in quattro fratelli. Ero ai confini con la Francia e dopo in Grecia. A un certo punto ci hanno detto che eravamo in guerra: ci hanno detto che era cominciata la guerra contro la Francia. Eravamo pronti a combattere, coi cannoni e tutto. E’ durata cinque-sei giorni solo. Abbiamo visto l’8° Bersaglieri che doveva andare in Francia. Erano in bicicletta e li hanno uccisi quasi tutti. Li abbiamo visti noi: eravamo su in montagna proprio davanti al punto dove c’è stata la sparatoria, di fronte alla strada. Hanno ucciso tutti i bersaglieri. Eh, è stata dura per noi… I francesi erano dentro le gallerie e come sono passati gli italiani con le biciclette li hanno presi in pieno. Un disastro! Hanno fatto il terrore… Me lo ricordo anche se sono passati sessant’anni, sessantacinque…

Dopo ci siamo ritirati dalla montagna e siamo andati verso Trieste, la Jugoslavia; e dopo in Albania. Prima eravamo al confine con la Jugoslavia, in tenda, dopo in Albania e in Grecia. Quando eravamo un po’ più su di Trieste, abbiamo preparato delle postazioni e dopo siamo andati via. C’era la guerra da un’altra parte. Io non ero in fanteria, ero in artiglieria. Più avanti siamo tornati in Italia, in Sicilia, a Palermo; più avanti ancora in Grecia.

In Albania c’è stata la fame: era un disastro. Prima sembrava tutto bene, ma dopo è venuta tanta cattiveria. Gli albanesi quando siamo andati là, ci hanno sparato subito; c’erano tanti attacchi… Quanti attacchi! Mamma mia… Tre-quattrocento persone sono morte là. Dei loro e anche dei nostri.

Una sera due amici miei vanno al gabinetto… Li hanno ammazzati a coltellate. Hanno fatto in tempo a chiamare aiuto e c’è stata una sparatoria. Sono morti anche tanti dei loro, ma alla mattina non ce n’era neanche uno. Le donne avevano portato via tutti i loro morti. Li buttavano dentro i pozzi e dopo sette-otto-dieci giorni li sentivi. Guardavi dentro e trovavi i morti. Era per farci credere che non eravamo stati capaci di ucciderli; così nascondevano i morti.

In Grecia era meglio che in Albania. C’era altra gente, c’era qualcosa di più da mangiare. Un popolo molto differente da quello albanese. Non so come potessero vivere. Qua noi eravamo mezzadri e vivevamo male, ma loro erano messi molto peggio, in mezzo a squadroni di pecore. Dormivano tutti in terra con delle coperte. In città nel letto, fuori città tutti in terra con le coperte.

I primi tempi coi greci non c’era niente, ma dopo hanno cominciato anche loro. Quante sparatorie mi ricordo… Mamma mia! Quante sparatorie! Arrivavano a tradimento. Se potevano… Ci hanno attaccati tante volte in Grecia. I vecchiotti dicevano: “Noialtri vogliamo bene agli italiani.” Parlavano come noi. Parlavano anche con gli italiani perché avevamo fatto le ferrovie lì. I vecchi ci volevano bene. Ma gli altri no… I giovani non ne volevano sapere.

Eravamo là nelle tende. A volte andavamo nelle case. Il pericolo c’era, ma nelle tende era lo stesso pericoloso. C’erano anche tanti italiani pelandroni. Non pensiamo che noi italiani fossimo tutti buoni… Una volta avrei sparato a… Beh, non è vissuto molto… Un sergente. Siamo andati in rastrellamento. C’era una ragazza di diciassette-diciotto anni. Lui le ha chiesto dov’era questo e quest’altro. Lei gli ha parlato in greco. Lui ha capito che l’aveva mandato a quel paese.

Allora ha preso un moschetto e ha ucciso la ragazza. L’ha uccisa. Quella volta là ha fatto una cosa… Ammazzare la ragazza perché ti ha detto così… Eri a casa sua, sei andato tu là.

Eh, ma non è mica successo solo quella volta: erano in tanti che uccidevano. Dopo è arrivato il bello. E’ arrivato che gli italiani della Bassa Italia, quasi tutti, sono scappati e sono andati con loro; con noi non c’era più nessuno. Dicevano: “Italiani, venite qui che andiamo a casa.” Molti militari scappavano di notte e andavano a consegnarsi a loro. Ma non pochi: tanti! Dopo rimpatriavano. C’era di tutto.

C’è stato più di qualcuno di noi che è stato fatto prigioniero. Qualcuno non è neanche più tornato indietro. Difficile dire tutto. Anche noi abbiamo fatto di quelle cose che a me venivano i sudori… Io non sono per quelle cose che facevano. Al rastrellamento: tutti i civili, e donne e bambini… Li mettevano tutti in una chiesa vecchia e dopo facevano l’interrogatorio; là le botte che gli davano… Sono state fatte delle cose mica tanto belle. Io non condividevo. Se potevo mai non andavo a fare i rastrellamenti, perché erano botte a queste donne, a questi uomini, vecchiotti e tutto… Dopo ti sparano e non hanno mica torto.

Ci sono stati tanti rastrellamenti; sì, sono stati proprio tanti. Mamma mia! Quando facevano questi rastrellamenti dopo facevano gli interrogatori: mettevano delle griglie poco più grandi di questa tavola, facevano fuoco sotto e li mettevano sopra. Matti! Così facevano gli italiani! Non siamo italiani in quella maniera là. Per forza dopo ci ammazzano: avevano anche ragione! Ma sa quante volte ho visto questa roba qua! Quelli che non hanno visto non possono dire niente. Ce n’erano che erano accaniti per fare queste cose qua. Madonna! Io scappavo dappertutto. Così era. A queste donne quante botte gli davano. E anche ai bambini… Io non ho mai parlato, per modo di dire, dire cosa e come, ma le ho viste con gli occhi, e non una volta sola: tante volte.

C’era un maresciallo una volta… Diceva: “Eh, cosa credevate voi?” Dopo non l’ho più visto. Dava ragione a quello che facevano. I più accaniti erano soldati semplici e ufficiali; soldati, ma con l’idea fascista. Loro erano quelli che facevano queste cose. Delle volte hanno fatto prigionieri dei greci; dopo li ammazzavano. Hanno fatto di tutto: di tutto…

Poi ho preso la malaria. Una volta ci siamo trovati duecento persone, tutti nudi e nadi, dentro una chiesa, noialtri. Abbiamo fatto uno spostamento e pioveva. Non si sapeva come salvarsi e siamo entrati nella chiesa. Ci siamo spogliati perché c’era acqua dappertutto. E mangiare poco. C’era solo da tribolare tanto. Sono stato anche in un ospedale. Era pieno di pidocchi; c’era un mezzo materasso tutto marcio. C’era questa malaria; l’ho presa là io, come tanti altri. In diversi sono anche morti.

Per un periodo sono andato in un posto dove c’era da prendere un franco. C’erano pecore e cavalli, muli scappati qua e là per gli attacchi. Dopo passava una pattuglia di borghesi coi camion e li compravano. Io ero in giro, ero in un posto di blocco. C’erano questi animali che si perdevano; noi li raccoglievamo e dopo li rivendevamo ai greci che passavano in borghese coi camion, di sera. Così prendevamo qualcosa. Da mangiare ce n’era veramente poco. Si mangiava da cani…

L’8 settembre sono arrivato a Postumia. Ero di una delle classi più vecchie. L’8 settembre hanno trasmesso il giornale radio e tutti esultavano: “Andiamo a casa! Andiamo a casa!” E invece abbiamo preso il due per cento. Lì a Postumia, in campo di contumacia, c’erano ventimila persone. Hanno tagliato le reti e in una notte sono spariti. Sono rimasto solo io perché quella notte là io mi sono preso la malaria, la febbre, e sono caduto in terra vicino alla porta. Quando mi sono alzato non c’era più nessuno. Di ventimila persone non c’era più nessuno. I tedeschi invece erano già là. Mi hanno dato un calcio in culo e via. Mi è andata ancora bene. In caserma eravamo già stati disarmati e dopo ci avevano chiusi in un recinto. Eravamo tutti là, ma siamo riusciti a scappare. Sono riuscito a tornare venti giorni dopo l’8 settembre. I tedeschi volevano uccidere tutti; avevano un cannone, ma erano ancora in pochi, solo sette-otto. Però avevamo ceduto le armi lo stesso.

Da Postumia, dopo, sono andato a Udine a piedi, ma mi è tornata la febbre malarica e mi sono fermato in un pagliaio per otto giorni. Era il periodo di settembre e la sera andavo a mangiare l’uva. Dopo sono tornato attraverso i campi; da Meolo di Mestre, alla fine, mi sono trovato a Noventa. Dovevi passare per fossi e campi. A Noventa mi sono capitate ancora le febbri malariche. E’ passato uno da San Giacomo, mi ha riconosciuto ed è andato ad avvertire mio padre. Così è venuto mio fratello che era appena tornato dalla Francia. E’ venuto fino a Camin e con una bicicletta vecchia mi ha portato a casa.

I miei fratelli hanno fatto il militare uno in Francia e due in Jugoslavia. Dopo i due della Jugoslavia sono stati prigionieri coi tedeschi. Comunque siamo tornati tutti. Quando sono tornato non c’era più niente. Eravamo in trenta persone. Siamo tornati tutti e quattro: due dopo l’8 settembre; io e mio fratello che era in Francia siamo tornati subito e gli altri due, che erano in Germania, sono tornati dopo, quando mia madre era morta da un pezzo.

Quando hanno ucciso mia madre io ero a casa. Mi ricordo bene. Siccome c’era sempre “buona gente” che faceva la spia, bisognava dormire fuori, se no arrivava la brigata nera. Tutti i giorni bisognava scappare. Andavamo a dormire in mezzo ai campi, da Beghetto, Bettio… La Muti o la brigata nera arrivava sempre.

In quei giorni lì sono venuti avanti i tedeschi e hanno trovato della gente che gli sparava. Così loro sparavano continuamente per qualsiasi cosa. Mia madre l’hanno vista e hanno sparato. L’hanno presa; ha preso una pallottola o due. Aveva un buco davanti e un altro dietro. Che era stata ferita me l’ha detto un mio cugino; così sono andato a casa e ho trovato il dottore. Veniva da Casalserugo, ma era lui il dottore qua. Ha cercato di curarla. Abbiamo anche cercato di portarla in ospedale con un carretto e un cavallo, ma per la strada c’è stata una sparatoria e non ho potuto proseguire. Mi hanno fermato a Pontecorvo e hanno portato loro mia madre in ospedale con una macchina. Più avanti non si poteva andare. C’era una sparatoria, fuoco dappertutto. La sera, a piedi, piano piano, al buio, sono andato a vedere dov’era. Era ancora viva; ma la mattina dopo, quando sono tornato, era morta. Era il 25 aprile, ormai la fine della guerra. Mia madre è stata ferita dai tedeschi prima che se ne andassero. Ne hanno uccisi tre qui. Mia madre, una Boccardo a Ponte San Nicolò e poi alla Volta hanno ammazzato Miolo. Sempre la stessa colonna.

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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