Bruna e Antonio Bettella – Una famiglia numerosa

Allora avevamo pochi soldi. C’erano le galline e facevamo la spesa con le uova. Poi avevamo la tessera perché eravamo tanti. Ci davano lo zucchero e lo scambiavamo con della pasta o del riso.

B. Io sono nata qua, a Rio, nel ’28. A. Io, invece, sempre a Rio, ma nel ’31. Tutti e due nati in questa casa. Nostro papà si chiamava Ottavio; era della classe del ‘96. Ha fatto la guerra: sia la prima, sia la seconda guerra mondiale. È stato anche cavaliere di Vittorio Veneto.

Nell’ultima guerra è stato richiamato come caporalmaggiore. Però in casa eravamo in tanti e lui aveva tanti dolori, quindi è stato mandato in ospedale militare per una settimana e dopo gli hanno dato il congedo. Eravamo in undici fratelli.

B. Di mestiere era contadino. La casa dove vivevamo era questa; tutta una. Però erano in tre fratelli tutti insieme, anche se le camere erano un po’ divise. I fratelli erano Ottavio, Emilio e Pietro. Dopo è stato diviso. La cucina la facevano insieme, ma due famiglie su una cucina e una su un’altra.

A. Non Avevamo terra nostra; eravamo in affitto. Il proprietario era il conte Da Lonigo. Noi avevamo ventidue campi in tutti, ma la nostra famiglia ne aveva sei; ci vivevamo in undici fratelli. Abbiamo tribolato la nostra parte. Poi siamo cresciuti e ognuno si è fatto la sua famiglia.

B. Nel gruppo dei fratelli io era la quarta e mio fratello il sesto.

A. Il conte Da Lonigo aveva parecchi campi; ne aveva anche a Mestrino e a Roncaiette; dai Moro a Roncaiette. Era praticamente a Pozzoveggiani. Là aveva altri terreni. Altri ancora da Danuti; noi lavoravamo anche una parte della terra di Danuti. Eravamo fittavoli. Avevamo anche una stalla con due o tre mucche. Così avevamo un po’ di latte. Si viveva con quello, praticamente. Guai se mancava!

B. La mamma invece si chiamava Varotto Giuseppina. Era casalinga, sempre a casa.

A. Come scuola siamo andati qui a Rio.

B. I maestri che ricordo erano la maestra Sterle e poi una grossa che veniva da Padova. Ma noi eravamo sotto la Sterle. Abitava qua a Rio, sopra la scuola. L’altra era la Nofri. Io sono stata anche sotto di lei; anche Carlo, mio fratello. La Nofri, come maestra, era un po’ “superiore”, mica tanto buona…

A. La Sterle invece era buonissima; aveva due figli che sono diventati maestri anche loro: una figlia e un figlio. Viveva sopra la scuola; era vedova. Era più familiare lei. Qui in paese ha visto passare tutti. La Nofri, invece, non dava confidenza; era un po’ rustegheta; ci teneva… ma non cattiva.

B. A Carlo, mio fratello, ha tirato dietro la canevera, la bacchetta, dal banco dove c’era lei. Così, l’ha preso proprio qua. Era tanto…

I maestri erano persone di rilievo in paese; dopo c’erano i benestanti: quelli erano in pochi qui a Rio, almeno che mi ricordi io. Tempo dopo sono venuti fuori i Moro, quelli dei camion; ai tempi nostri, però, non c’erano. Ricordo i Canova che erano una famiglia che stava bene; venivano a prendere il latte col carretto e lo rivendevano. Ma non erano ricchi, perché venivano col cavallo a prendere il latte. Facevano il giro delle famiglie, raccoglievano il latte e dopo andavano a venderlo in giro per Padova o in qualche zona dove non c’erano bestie.

A quel tempo qui c’erano tanti affittuari e pochi mezzadri. Di mezzadri, ancora ai tempi che furono, c’erano i Crivellari. Dopo sono diventati padroni, ma dopo anni; allora erano mezzadri. Grossi proprietari qui non mi risulta. I Contarini erano più verso Roncaiette. Qua a Rio c’era molta miseria; non ricordo ci fossero altri proprietari. Non c’era quasi niente. Mi ricordo che c’era un casoin dove si andava a scambiare le uova con del formaggio.

B. Allora avevamo pochi soldi. C’erano le galline e facevamo la spesa con le uova. Poi avevamo la tessera perché eravamo tanti. Ci davano lo zucchero e lo scambiavamo con della pasta o del riso. Zucchero ne avevamo di più perché eravamo tanti figli. C’era anche il contrabbando, ma dopo, più tardi. Noi, anche se eravamo poveri, un porcellino ce lo ammazzavamo tutti gli anni; piccolo, ma a noi bastava. Magari era un quintale, ma doveva bastare per tutto l’anno anche se eravamo in tredici. Certo c’era chi ammazzava e vendeva di sfroso. Ce n’era che lo faceva… C’era contrabbando. Magari portavano via, invece del radicchio, un pezzo di carne e passavano il ponte del Bassanello. I furbi ci sono sempre, è un classico. È in tutto il mondo. Venivano verso la città. Al Bassanello c’erano i dazieri e così mettevano la carne in mezzo alla verdura per non farsi scoprire, se no si pagava il dazio. Il negozio di casoin era in piazza, dopo la scuola. Era di Rossi. La chiamavamo Lisa Campanara; sarebbe stata Elisa Rossi. Suo marito si chiamava Rossi, lei faceva Maritan di cognome.

A. A quel tempo tutti avevano un soprannome. Non so perché la chiamassero la Campanara. A noi ci chiamavano Becari. Sa perché? Perché nei tempi che furono mio nonno ammazzava qualche bestia per casa: il vitello o quel che era. La gente lo sapeva e così ci chiamavano i Becari. I soprannomi sono così. Dopo c’era anche un’osteria; anche quella era di Rossi. Avevano un angolo di casoin e uno di osteria. Loro abitavano sopra. Sotto c’erano l’osteria e il campo di bocce.

C’erano anche altri negozi, come la macelleria. C’è ancora adesso. Quello che c’era allora era suo papà, i suoi nonni. E’ sempre nello stesso posto che chiamavano la casa delle Siore. Era da Maritan, dalla Pina delle Siore si diceva. La Pina era la sorella del padrone, una delle padrone… Avevano quella casa là e li chiamavano i signori. Era la più bella casa del paese. Non erano loro i macellai, però; loro erano i padroni dello stabile. I macellai proprio erano da Roncaglia. Li chiamavamo Pesce, ma è un soprannome. Il cognome mi sfugge. Qua a Rio c’erano solo casoin e macelleria come negozi. Come famiglie ce n’erano parecchie, ma le case erano poche e vivevano più famiglie in una casa. Anche tre famiglie in una casa.

B. Le famiglie più numerose eravamo noialtri, i Moro, detti Rocheto, i Crivellari, gli Schiavolin… Una decina di famiglie grosse.

Il parroco, all’epoca, era don Luigi Molena, il vecchio. Poi don Valentino Vialetto. Don Luigi era un buonuomo…

A. Discreto… Sa una volta chi erano i padroni del paese? Il prete! Il dottore non c’era, la levatrice non c’era perché anche lei veniva da Ponte San Nicolò, come il dottore. Era la Maritan. Il dottor De Luca era a Ponte San Nicolò, ma prima non so. De Luca dopo è andato a Casalserugo. Io mi ricordo di lui. Poi è venuto Colicelli, ma eravamo dopo la guerra.

B. Dopo la scuola elementare io sono andata subito a lavorare da Scarso, quello dei polli. Ci ho lavorato ventitré anni. Alle quattro del mattino, per la strada, trovavamo i carabinieri. Ho cominciato fin da quando andavo a scuola; al pomeriggio andavo a lavorare, a pelare i polli.

A. Anch’io sono andato a lavorare perché eravamo tanti e bisognava guadagnare qualcosa per mangiare. Qualcuno doveva andare. In tredici con sei campi non si vive mica. Ho cominciato a crescere e sono andato a lavorare.

B. Da Scarso saremo state dodici o quindici donne che pelavano i polli. Più avanti hanno comprato una macchina che allora si broavano gli animali con l’acqua calda in una vasca e si pelavano. Dopo tiravo anche il collo ai tacchini e ai conigli. Andavo a passare le uova anche alla domenica, si lavorava a volte fino a mezzanotte, undici e mezza. Li aiutavo anche a caricare i camion a rimorchio. Tutto quanto. Sempre qui da Scarso. C’era parecchio da fare.

Dagli Scarso c’erano padre e figlio. Il papà però andava per le case a prendere uova. Sono stati più i figli a mettere in piedi lo stabilimento, dopo la guerra. Prima c’era il papà che aveva un’attività, ma più limitata.

A. Mi ricordo che in tempo di guerra c’erano i carretti che portavano i polli e una volta uno dei figli di Scarso è stato mitragliato mentre tornava da Piove di Sacco col cavallo. È morto. Stava tornando a casa e l’hanno mitragliato sulla Piovese. Aveva un carico di polli, come ogni mercoledì; era uno dei fratelli Scarso.

Io, dopo la guerra, sono andato subito a lavorare. Avevo quattordici anni. Andavo in centro. Partivo da qui a piedi, alla Volta prendevo la filovia e andavo fino in piazza Garibaldi; dopo, sempre a piedi, andavo fino a piazza Castello. La prima bicicletta l’ho comprata a diciannove anni.

Di quando è scoppiata la guerra mi ricordo qualcosa perché c’erano i Moro che avevano la radio; erano una famiglia che viveva qui di fronte e avevano una boaria. Era l’unica famiglia che aveva la radio qui attorno. Almeno che sapessimo noi. Quando è cominciata la guerra io me lo ricordo perché siamo andati da loro ad ascoltare la radio. Quello che potevamo sapere era quello. Ricordo che mio papà è stato richiamato e dopo è andato all’ospedale militare, ma è tornato subito, come dicevamo.

B. Dopo, dell’8 settembre, io mi ricordo invece che sono passati i tedeschi.

A. Era la ritirata. Quella l’abbiamo vista. Ci hanno anche mitragliato la casa. Qui c’era uno scornio; così lo chiamavamo noi: una canaletta insomma. Davanti alla chiesa c’era uno scornio. Durante la ritirata i tedeschi avevano un sacco di bestie: mucche, cavalli… Hanno abbattuto quelli che hanno potuto e li hanno gettati nel fosso. Gli altri li hanno mollati. I carri li hanno buttati dentro la canaletta. Sono quelli che in ritirata hanno fatto dei morti a Terranegra e a Saonara. Sparavano anche perché c’erano i partigiani; con loro c’erano anche i miei fratelli, cugini e amici. Sono dieci-dodici, dormivano a campi. Sulla ritirata hanno un po’ disturbato i tedeschi ed è morto Gasparini in uno scontro. Era partigiano. È morto qua.

B. I tedeschi venivano avanti da Salboro mitragliando…

A. Noi siamo scappati da casa perché ci hanno mitragliato e siamo andati via di notte dagli zii, passando attraverso i campi, a due chilometri da qua. È stata l’ultima notte. C’erano i partigiani sulla curva; si sono combattuti coi tedeschi. I partigiani sono riusciti a scappare, ma uno è rimasto morto per i campi.

Come partigiani ci sarà stato un gruppo di quindici persone, ma non tutti del paese; venivano anche da fuori. Del paese c’erano i Miolo e qualche altro, come Gasparini e i Moro. C’era un gruppo di San Nicolò a Roncaglia, ma non erano collegati con questi. Avevano qualche rifugio per nascondersi, non per le armi. Dopo le spie sono venute a saperlo, ma la notte che sono andati per prenderli non erano là. Erano sui campi, sull’argine di un fosso; avevano fatto uno scavo e messo qualcosa sopra, del legno con della terra. Però c’era la spia, sicché basta. Noi eravamo piccoli, ma io mi ricordo bene. Qui dormivano nei fienili, mai in casa. Si radunavano di notte. Avevamo anche paura.

I tedeschi invece non avevano basi qui. Da noi venivano a prendere il fieno perché avevano cavalli. Passavano e dove vedevano fieno se ne portavano via un po’. Ma qui non li abbiamo mai alloggiati.

B. In fondo, vicino a Gobbato, c’era una casa dove c’erano i tedeschi; era vicino ai Marcato, verso Roncaiette.

A. Gli americani invece si erano accampati qua da Crivellari, dove c’era il vigneto. Gli inglesi sono rimasti qua una settimana. Erano tanti. Ricordo che ci portavano anche un po’ da mangiare; avevano soppresse e tutto. Andavamo a salutarli apposta per avere qualcosa da mangiare; loro avevano di tutto. Saranno stati una sessantina, anche più. Tutta fanteria. Erano motorizzati, ma con robe piccole. Né mitragliatrici, né cannoni: poca roba. Sono stati accolti bene. Quando sono passati per di qua con la jeep noi eravamo tutti contenti. Ci hanno liberati. Poi ci davano le caramelle.

C’era una specie di campo di concentramento qui in zona. Ricordo un prigioniero inglese scappato da lì che era rifugiato da Gesuato, a Salboro. È rimasto qua molto tempo, almeno un paio d’anni. Poi è stato portato via perché era malato e oramai il dottore non poteva più venire a curarlo. Era il dottor Nalin del Bassanello. Così è stato vestito da frate ed è stato portato clandestinamente in Inghilterra. Era malato. Lo nascondevano, lo tenevano come un figlio. È stato un rischio grande. Lo facevano stare nella grupia delle bestie, nella mangiatoia, nascosto nel fieno, perché era rischioso. Non doveva farsi vedere da nessuno. E il dottor Nalin lo curava. Era rischioso anche per la famiglia. Se lo trovavano, rischiavano la vita sia loro, sia lui. La famiglia era compromessa. Del campo di concentramento invece ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai visto. Non so dove fosse esattamente. Io conoscevo solo questo prigioniero.

Tratto da: Memoria e vita quotidiana. La seconda guerra mondiale nel racconto degli abitanti di Ponte San Nicolò. 2006. Comune di San Nicolò. Diego Pulliero – diego.pulliero@libero.it

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