Albino Beltrame – Testimone dell’eccidio di Bassano

Il giorno dopo l’8 settembre i tedeschi ci hanno fatto prigionieri. Hanno preso una trentina di soldati e li hanno tenuti per accudire gli animali…

Sono nato qui a Cartura il trenta settembre del ’23. Sono partito per il militare nel gennaio del ’41, quando avevo diciotto anni. Sono andato a Bolzaneto, nell’89° Reggimento fanteria, la stessa divisione che poi ha partecipato alla battaglia sul Don; io, però, non c’ero: sono rimasto sempre in Italia. Dopo Bolzaneto, sono stato a Sassuolo, in provincia di Modena. Mi ha salvato il fatto che con mio padre facevo il maniscalco e allora c’era bisogno di ferrare muli e cavalli. Da Sassuolo mi hanno passato a Monza e là sono rimasto fino a dopo l’otto settembre. Il nove i tedeschi ci hanno fatto prigionieri. Hanno preso una trentina di soldati e li hanno tenuti per accudire gli animali. Gli altri sono stati portati prima a Milano e poi in Germania.

A Monza sono stato fino al ventidue settembre, dopo ho preso una bici tedesca e sono scappato. Un soldato tedesco mi ha anche visto e ha sparato, ma, per fortuna, mi ha preso solo i pantaloni. Conoscevo una famiglia del posto e loro mi hanno dato degli abiti civili; poi, sempre in bici, sono andato fino a Verona. Ero molto stanco, ma sono stato fortunato. Ho bussato a una casa e la signora che abitava là mi ha aiutato, ospitandomi. La mattina seguente mi ha chiesto informazioni: suo figlio – fatalità – era della mia stessa compagnia. Io non ho voluto dirle che era in Germania; le ho scritto dopo due-tre giorni, da casa. Dopo sono andato a trovarla. Alla fine suo figlio è tornato vivo.

Nel ’44 è uscita la Repubblica di Salò. Il generale Graziani ha emanato il decreto-legge che tutti gli sbandati – perché noi, allora, lo eravamo – dovevano presentarsi, pena la deportazione o l’invio al fronte. Io mi sono presentato al distretto di Padova e, proprio quella sera, avevano buttato una bomba a orologeria che ha fatto morti e feriti. La mattina dopo siamo stati mandati a Bassano, dove sono rimasto fino a tre mesi prima della fine della guerra. Là ho assistito a una cosa che mi ha lasciato il segno… Nel ’44… là, prima del ponte ci sono degli alberelli… hanno chiamato trenta di noi, ci hanno portati dei tedeschi e io… su questo alberello… ho dovuto assistere all’esecuzione di un ragazzo. Vent’anni aveva! Ne hanno impiccato uno per ciascun albero e ognuno di noi doveva assistere a un’esecuzione. Eravamo sotto i tedeschi che non si fidavano di noi, allora il comandante tedesco ha detto, col mitra in mano:

“Se non state con noi e non fate quello che vi diciamo, questa è la vostra fine!”. Lo ricorderò finché vivo: “Questa è la vostra fine!”.

Quando passo per Bassano, vado sempre a salutarli. Trentacinque ne hanno impiccati. Al terzo albero c’era il ragazzo che è stato impiccato davanti a me. Ci hanno portati là apposta, per vedere. Noi non volevamo stare coi fascisti, coi tedeschi, non volevamo la guerra; allora, per farci vedere che quella era la fine che facevamo se non stavamo con loro, ci hanno fatto assistere. Avevano fatto un rastrellamento la sera prima e tutti i ragazzi giovani che hanno trovato li hanno portati là; questi sono stati scelti e impiccati. Sono cose che non si possono dimenticare.

Dopo qualche giorno è venuto mio padre a trovarmi e mi ha detto: “Guarda che ci sono ragazzi come te a casa; sono nascosti, ma vanno di qua e di là: perché rimani qui? Vieni a casa!”. Dopo otto giorni ho fatto come la prima volta: ho preso una bicicletta e sono scappato dal comando tedesco di Bassano. Ho fatto quarantatré chilometri, fino a casa. Dopo otto giorni il comando tedesco di Vicenza manda ai carabinieri di Conselve l’ordine di catturarmi perché ero scappato dalle forze tedesche ed ero un disertore. Mio padre si è presentato. Gli hanno chiesto se sapeva dov’ero; anche se sapeva che ero a casa, ha detto che ero a Bassano. Dopo un po’ lo vedo passare su un motocarro tra due ragazzi della squadra fascista “Ettore Muti” che lo portavano alla prigione dei “Paolotti”, vicino alla zona delle università. E’ stato là trentacinque giorni. Io sono scappato da Cartura e sono andato alla Mandria dove c’era mio cugino e gli ho chiesto ospitalità. Sono rimasto per sette mesi in una soffitta. Mi davano da mangiare attraverso una botola e scendevo con una scala. Mio padre, intanto, era stato trasferito in casa di pena. Nella parrocchia lì vicino c’era mio fratello come parroco. Potevano anche parlarsi perché erano molto vicini. Allora mio fratello è andato al comando tedesco di Vicenza dicendo che, visto che era me che non trovavano, voleva sapere perché tenevano in ostaggio mio padre. Intanto lui si è fatto trentacinque giorni da una parte e trentacinque dall’altra. Alla fine l’hanno liberato e il custode del carcere gli ha detto che doveva ringraziare suo figlio se l’aveva scampata. Poi mio padre e mio fratello sono venuti a trovarmi nel mio rifugio. Mio padre ha detto: “Ho fatto la guerra d’Africa, quella del ’15-’18: nove anni di guerra e mai un giorno di prigione; per te l’ho fatto!”. Allora gli ho detto: “Pensa che così mi hai salvato la vita”. Poi è finita la guerra e siamo stati liberi tutti e due.

Tratto da: I giorni della guerra. La vita quotidiana durante l’ultima guerra nel racconto degli abitanti di Cartura, 1996. Diego Pulliero – diego pulliero@libero.it

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